La transizione che svuota le categorie politiche
Chi vince e chi perde nell’era del tecnocapitalismo

Per oltre trent’anni abbiamo continuato a utilizzare le categorie di “destra” e “sinistra” come se il mondo fosse rimasto cristallizzato nel Novecento, ma quell’impianto analitico non è più in grado di spiegare alleanze, conflitti e obiettivi politici perché i programmi di governo tendono a convergere su un nucleo di politiche compatibili con i vincoli di mercato, l’elettorato si muove in modo sempre più volatile tra un ciclo elettorale e l’altro e l’astensione ha assunto un carattere strutturale, come dimostra il fatto che alle Politiche 2022 ha votato solo il 63,9% degli aventi diritto, il minimo nella storia repubblicana, e in alcune aree del Mezzogiorno la partecipazione è scesa sotto il 50%. Nel frattempo il baricentro del conflitto politico è slittato dal terreno dell’economia a quello dell’identità, dato che questioni come genere, ambiente, migrazioni e libertà individuali hanno finito per monopolizzare il confronto pubblico e per ridisegnare le linee di frattura tra gruppi sociali, mentre la questione salariale, la qualità del lavoro e la redistribuzione sono state relegate ai margini del dibattito.
In questo nuovo scenario la sinistra paga il prezzo più alto perché, avendo progressivamente smarrito il legame con la rappresentanza materiale del lavoro salariato, non riesce più a intercettare il disagio che attraversa operai, precari e ceto medio impoverito, lasciando campo libero a movimenti populisti che, pur senza offrire soluzioni strutturali, riescono a dare forma politica alla rabbia e all’insicurezza diffuse.
1. La sinistra: dalla fabbrica ai diritti civili
Per quasi un secolo il mandato storico della sinistra è stato lineare e riconoscibile da chiunque, perché significava rappresentare politicamente chi vive di lavoro salariato attraverso gli strumenti del welfare universalistico, della contrattazione collettiva e della redistribuzione fiscale, costruendo così un patto sociale che teneva insieme crescita e inclusione. Questo equilibrio, tuttavia, è stato spezzato da tre fratture decisive che hanno ridefinito il rapporto tra politica ed economia su scala globale.
La prima frattura matura negli anni ’80, quando la globalizzazione finanziaria e produttiva mette in crisi il paradigma keynesiano e la socialdemocrazia europea arretra di fronte all’imperativo della competitività, accettando l’idea che il contenimento del costo del lavoro sia la condizione necessaria per restare nei mercati internazionali.
La seconda frattura arriva tra il 1989 e il 1991 con il crollo del socialismo reale, perché la fine dell’alternativa sistemica al capitalismo toglie alla sinistra l’orizzonte di un “altro mondo possibile” e la costringe a muoversi interamente dentro il perimetro del mercato, riducendo la politica a gestione dell’esistente.
La terza frattura si consuma tra gli anni ’90 e i primi 2000, quando con la stagione della Terza Via la sinistra interiorizza l’orizzonte neoliberista e sposta il proprio baricentro politico dai diritti sociali ai diritti civili, nella convinzione che l’espansione delle libertà individuali potesse compensare l’arretramento sul terreno della sicurezza materiale.
Il risultato di questo spostamento è che il lavoro smette di essere il soggetto centrale dell’azione politica e viene sostituito dall’individuo con le sue identità multiple, e proprio da qui nasce l’accusa, ormai diffusa anche nel senso comune, di “sinistra ZTL”, cioè di una forza politica che parla prevalentemente a ceti urbani scolarizzati, che presidia i temi della cittadinanza culturale ma che appare distante dagli operai, dai precari e dal ceto medio impoverito che sperimentano invece l’erosione del salario e l’instabilità esistenziale. I dati elettorali italiani fotografano questa mutazione in modo inequivocabile: secondo le analisi dell’Istituto Cattaneo, alle Politiche del 2022 il Partito Democratico ha ottenuto appena il 12,7% dei voti tra gli operai, mentre Fratelli d’Italia ha raggiunto il 33,1% nella stessa categoria, a conferma del fatto che la sinistra ha cessato di essere forza di massa per diventare partito d’opinione, capace di amministrare con competenza ma in evidente difficoltà quando si tratta di immaginare un modello alternativo di società.
2. Il mercato ha trasformato i diritti in merci, ma la frattura decisiva è tecnologica
Nel corso degli ultimi tre decenni sanità, scuola, casa e pensioni sono passate da conquiste universali, finanziate dalla fiscalità generale e garantite a prescindere dalla condizione reddituale, a servizi che si acquistano sul mercato in base alla propria capacità di spesa, e questo processo di mercificazione ha prodotto effetti tangibili sulla vita quotidiana delle persone, come certifica l’Istat quando rileva che nel 2023 il 4,5% delle famiglie italiane ha rinunciato a prestazioni sanitarie per motivi economici, una percentuale in crescita rispetto al 3,2% del 2019 e che sale all’8,1% nel Mezzogiorno. Tuttavia, attribuire tutta la responsabilità di questa deriva al “tradimento della sinistra” sarebbe una spiegazione consolatoria e insufficiente, perché alla base c’è una frattura più profonda che è di natura tecnologica e che sta ridisegnando i fondamenti stessi della produzione di valore. L’ingresso pervasivo di automazione, intelligenza artificiale e piattaforme digitali rappresenta infatti una rottura di portata storica paragonabile alla Rivoluzione Industriale, con la differenza sostanziale che le “macchine intelligenti” non si limitano a sostituire le braccia ma rimpiazzano funzioni cognitive complesse: analizzano grandi moli di dati, formulano diagnosi mediche, progettano infrastrutture, prendono decisioni finanziarie in millisecondi e organizzano intere filiere logistiche senza intervento umano diretto.
In questo nuovo regime produttivo un nucleo estremamente ristretto di imprese e di lavoratori iper-qualificati è in grado di generare una quantità di valore sproporzionata rispetto al passato, e chi controlla gli algoritmi, i dati e il capitale tecnologico detta le regole del gioco economico e sociale mentre chi ne è escluso le subisce, ritrovandosi in una condizione di subordinazione che non dipende più solo dal rapporto di lavoro ma dall’accesso alla conoscenza e alle infrastrutture digitali. È qui che la politica tradizionale mostra tutta la sua inadeguatezza, perché continua a ragionare con categorie forgiate nell’epoca della fabbrica fordista mentre la creazione di ricchezza si è spostata nei data center, nei brevetti e negli effetti di rete.
3. Dentro le élite è guerra tra due modelli di accumulazione
All’interno della classe dominante è in corso uno scontro strutturale tra due blocchi che hanno interessi oggettivamente opposti e che competono per egemonizzare la direzione dello sviluppo. Da un lato resiste il modello industriale classico, fondato su manodopera estesa, filiere lunghe, forte intensità di capitale fisso e margini di profitto in progressiva compressione a causa della concorrenza globale; per restare competitivo questo modello è costretto a comprimere sistematicamente i salari e a esternalizzare i costi sociali, erodendo così la base fiscale che dovrebbe finanziare il welfare e contribuendo al circolo vizioso di impoverimento della domanda interna. Dall’altro lato avanza il modello tecnocapitalista, che punta su automazione spinta, scala globale istantanea e produttività estrema, e che riesce a produrre quantità enormi di beni e servizi con un numero molto limitato di addetti ad altissima specializzazione, mentre la grande maggioranza della forza lavoro rimane intrappolata in occupazioni povere, frammentate e prive di potere contrattuale.
Che questa polarizzazione sia già realtà lo confermano i dati dell’INPS, secondo cui nel 2023 il 35,2% dei lavoratori dipendenti in Italia ha percepito una retribuzione lorda annua inferiore ai 15.000 euro, una soglia che colloca milioni di persone nell’area del lavoro povero pur avendo un impiego formale. In parallelo, il fronte subalterno si è frantumato in una molteplicità di figure che faticano a riconoscersi come parte dello stesso blocco sociale: l’operaio metalmeccanico convive con il rider pagato a cottimo, il freelance della gig economy che fattura a progetto, il programmatore precario delle software house in outsourcing e il piccolo negoziante schiacciato dalla concorrenza di Amazon, e sebbene redditi, status e autopercezioni siano diversi, la condizione strutturale è comune perché tutti sono subordinati ai nuovi centri di accumulazione che estraggono valore dai dati, dalle piattaforme e dalla rendita tecnologica.
4. La transizione non sostituisce, convive
Il termine “transizione” evoca l’idea di un passaggio lineare e ordinato dal vecchio al nuovo, ma nella realtà storica i modelli produttivi non si sostituiscono mai in modo netto e convivono invece per decenni sullo stesso territorio, combattendosi e ibridandosi. Il fordismo non sparisce nel momento in cui nasce il tecnocapitalismo, ma declina progressivamente, resiste in alcuni settori, delocalizza dove il costo del lavoro è più basso e continua comunque a occupare milioni di persone che non possono essere riconvertite istantaneamente. Il risultato di questa convivenza conflittuale sono territori a due velocità che accentuano le disuguaglianze spaziali già esistenti. I poli tecnologici, come Milano in Italia, attraggono capitali di ventura, talenti formati, dipartimenti di ricerca e headquarters delle multinazionali, mentre le aree legate all’industria tradizionale, all’agricoltura o ai servizi a basso valore aggiunto si svuotano di lavoro qualificato e assistono al progressivo deterioramento dei servizi pubblici, dalla sanità alla scuola, innescando un meccanismo di abbandono.
L’effetto più visibile di questa dinamica è la fuga selettiva di capitale umano: tra il 2011 e il 2021 il Mezzogiorno ha perso oltre 900mila residenti e ha registrato un saldo migratorio negativo di 173mila giovani laureati, che si sono spostati verso il Nord Italia o verso altri paesi europei in cerca di opportunità coerenti con le proprie competenze. Non a caso, Milano concentra da sola il 23% delle startup innovative italiane, mentre l’intero Sud si ferma all’11%, e questo squilibrio non è solo economico ma diventa culturale e politico perché priva intere regioni della classe dirigente necessaria a invertire la rotta. Dove il nuovo modello produttivo non arriva e il vecchio non garantisce più mobilità sociale, si emigra e il territorio si impoverisce; chi resta vede diminuire il proprio potere contrattuale e accetta condizioni di lavoro peggiori pur di non spostarsi. Si innesca così un circolo vizioso per cui senza capitale umano non arrivano investimenti produttivi e senza investimenti il divario di produttività e di reddito aumenta, trasformando la transizione tecnologica in una questione demografica e spaziale prima ancora che occupazionale.
5. Progressista non vuol dire di sinistra, conservatore non vuol dire di destra: serve un nuovo schema
Per orientarsi nel caos delle etichette politiche contemporanee non basta più l’asse unico destra-sinistra ereditato dal Novecento, perché oggi è necessario incrociare due dimensioni analitiche distinte.
La prima dimensione riguarda il rapporto con lo status quo e distingue tra conservatore, cioè chi intende mantenere l’assetto economico e istituzionale esistente, e progressista, cioè chi vuole superarlo e accelerare i processi di trasformazione.
La seconda dimensione riguarda invece gli interessi di classe e separa la destra, che tutela strutturalmente chi possiede i mezzi di produzione e le rendite, dalla sinistra, che dovrebbe tutelare chi vive del proprio lavoro e subisce il potere economico altrui.
Incrociando questi due assi emergono quattro figure reali che descrivono meglio il campo politico attuale rispetto alle vecchie etichette. La destra conservatrice difende la rendita industriale, invoca protezionismo e fa della questione identitaria la propria bandiera per compattare un blocco sociale impaurito dal cambiamento. La destra progressista è incarnata dai tech-oligarchi e dal nuovo capitalismo delle piattaforme, che spinge per un’accelerazione dell’automazione, chiede deregulation sistematica e predica una meritocrazia spinta in cui il talento legittima disuguaglianze crescenti. La sinistra conservatrice si batte per difendere il welfare novecentesco e il lavoro fordista a tempo indeterminato, ma tende a guardare con sospetto all’innovazione tecnologica perché teme che distrugga posti di lavoro senza crearne di nuovi. La sinistra progressista, infine, cerca di costruire tutele universali dentro la transizione tecnologica, provando a governare l’innovazione invece di subirla o rifiutarla.
Questo schema spiega perché un amministratore delegato di una corporation dell’AI possa definirsi “progressista” pur collocandosi oggettivamente a destra, dato che vuole accelerare la trasformazione ma a beneficio del capitale, e spiega anche perché un sindacato tradizionale possa essere “di sinistra” nelle intenzioni ma conservatore nei fatti, quando si limita a difendere lo status quo senza elaborare una strategia per la nuova composizione del lavoro.
6. La storia si ripete: dal conflitto tra terra e industria al conflitto tra industria e dati
Tra Settecento e Ottocento la borghesia industriale emergente sfidò il potere dei proprietari terrieri in uno scontro epocale tra vecchio e nuovo capitale, e mentre questo conflitto ridefiniva gli assetti economici, braccianti, artigiani e operai iniziarono a riconoscersi come classe autonoma con interessi distinti sia dalla nobiltà agraria sia dalla nuova borghesia. Da quel doppio conflitto nacquero i partiti di massa, le istituzioni della democrazia novecentesca e l’architettura del welfare state, cioè gli strumenti che per un secolo hanno mediato tra capitale e lavoro. Oggi stiamo assistendo a una dinamica strutturalmente analoga, perché il capitale industriale tradizionale e il capitale digitale si scontrano per il controllo delle filiere, dei dati e della regolazione, ma con una differenza decisiva: il fronte subalterno è disperso, frammentato e privo di un linguaggio comune, e non dispone né di organizzazioni capaci di unificare le diverse figure del lavoro né di un immaginario collettivo in grado di rappresentare un’alternativa. Senza questa soggettivazione politica, il conflitto tra capitali rischia di risolversi in una semplice sostituzione al vertice, con i nuovi oligarchi tecnologici che prendono il posto dei vecchi industriali senza che cambino i rapporti di forza fondamentali.
7. Che fare, senza nostalgia: i cantieri del socialismo del XXI secolo
Restaurare meccanicamente la sinistra del Novecento non è solo impossibile ma sarebbe anche inutile, perché le condizioni materiali sono mutate radicalmente e richiedono strumenti nuovi; serve invece inventare il socialismo del XXI secolo a partire da alcuni cantieri prioritari che tengano insieme analisi e proposta.
Primo, chiamare il conflitto con il suo nome, cioè dire esplicitamente chi guadagna e chi perde nella transizione digitale, perché senza un conflitto dichiarato e riconosciuto non può esistere rappresentanza politica e la rabbia sociale viene catturata da forze che la deviano sul terreno identitario.
Secondo, unificare il lavoro in tutte le sue forme, riconoscendo che operaio, rider, programmatore precario, infermiera del servizio sanitario e ricercatore universitario, pur con traiettorie diverse, producono tutti valore e sono tutti subordinati a rendite tecnologiche o finanziarie, e servono quindi parole d’ordine e istituti comuni che li tengano insieme invece di dividerli.
Terzo, governare l’innovazione invece di subirla, perché l’intelligenza artificiale non si ferma per decreto e il punto politico decisivo è chi ne decide direzione, tempi e finalità sociali, e chi ne incassa i benefici; per questo la produttività algoritmica deve finanziare una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario, anche perché in Italia la produttività del lavoro è cresciuta solo dello 0,4% medio annuo dal 2000 al 2022 contro l’1,3% della Germania, e senza redistribuzione degli incrementi futuri il divario sociale esploderà.
Quarto, costruire un nuovo Stato sociale in cui sanità, istruzione e welfare siano slegati dal posto fisso e dalla contribuzione legata al singolo contratto, attraverso un reddito di base condizionato alla formazione continua, un dividendo digitale finanziato tassando l’estrazione e l’uso dei dati e piattaforme pubbliche per i servizi essenziali che sottraggano ambiti strategici alla logica del profitto.
Quinto, ricucire i territori perché banda larga e campus tecnologici non bastano se il lavoro ad alta conoscenza resta concentrato a Milano, Berlino o Londra, e servono quindi incentivi fiscali, investimenti infrastrutturali e politiche industriali mirate a localizzare occupazione qualificata nelle aree marginali, altrimenti la fuga dei cervelli diventa permanente e irreversibile.
Sesto, costruire sovranità tecnologica democratica attraverso una tassazione globale delle Big Tech che colpisca i profitti dove vengono generati, una politica anti-monopolio seria che smembri le posizioni dominanti e un investimento pubblico massiccio in intelligenza artificiale open source, perché la ricchezza oggi si crea nei server e il fisco deve essere in grado di raggiungerla se vuole finanziare la coesione sociale.
Settimo, organizzarsi sul serio, superando la stagione dei partiti d’opinione che inseguono l’elettore mediano e costruendo invece partiti fondati su chiari interessi materiali di classe, insieme a un sindacalismo di filiera digitale capace di tenere insieme logistica, tecnologia e manifattura e di trattare con le aziende là dove hanno davvero potere: a livello globale e di filiera, non solo nella singola fabbrica.
La verifica di ogni proposta resta semplice e dirimente: aumenta o riduce il potere contrattuale e politico di chi vive del proprio lavoro rispetto a chi vive di rendita tecnologica? Se la risposta non è netta, se il provvedimento è ambiguo, allora non è una politica trasformativa ma solo marketing elettorale travestito da riforma.
Non consegnare la democrazia alle piattaforme
La crisi delle categorie di “destra” e “sinistra” non è congiunturale ma strutturale, perché sono cambiati i modi di produrre valore, sono cambiati i soggetti sociali che lo producono e sono cambiati i luoghi in cui si concentra, e le élite lo hanno compreso perfettamente dato che finanza, tech e pezzi di Stato stanno già ridisegnando le proprie alleanze per governare la transizione a proprio vantaggio. Il blocco subalterno, invece, non ha ancora compiuto questo passaggio di consapevolezza, perché operai, precari cognitivi e ceto medio impoverito non si percepiscono come parte dello stesso destino e restano divisi non solo per condizione lavorativa ma anche geograficamente, tra centri che vincono e periferie che perdono. Continuare a usare parole come “progressismo” o “campo largo” senza dichiarare con chiarezza quali interessi sociali si intendono difendere e quali si intendono contrastare non è fare politica ma fare propaganda, e fino a quando la politica non avrà il coraggio di dire apertamente chi ci guadagna e chi ci perde con l’intelligenza artificiale, con l’automazione spinta e con lo spopolamento dei territori, “destra” e “sinistra” resteranno contenitori vuoti, incapaci di mobilitare energie collettive.
La partita vera, quella da cui dipende la tenuta democratica dei prossimi decenni, è una sola: costruire una rappresentanza politica e sociale capace di tenere insieme diritti sociali, governo democratico dell’innovazione e riequilibrio territoriale, perché senza questa sintesi il progressismo si riduce a uno slogan per ceti urbani e la democrazia rischia di trasformarsi definitivamente in un mercato di nicchie identitarie dove, alla fine, vince sempre chi controlla la piattaforma, l’algoritmo e i dati.
