BELPASSO, Noi ridotti a custodi del parcheggio.
Etnapolis ed Etnaland e l’arte di non avere un’idea
Ci hanno raccontato che avere due colossi dentro casa fosse sviluppo. In realtà li abbiamo messi lì come si mette un soprammobile e poi abbiamo continuato a fare le pulizie intorno.
Noi a Belpasso abbiamo imparato una lingua precisa per non dire le cose. Chiamiamo “sviluppo” un centro commerciale. Chiamiamo “vocazione turistica” un parco divertimenti recintato. Abbiamo 28.321 persone su 166,33 chilometri quadrati, abbiamo Etnapolis, il più grande centro commerciale della Sicilia orientale, abbiamo Etnaland, e ci raccontiamo che siamo ricchi perché gli altri vengono a consumare da noi.
La verità è un’altra, più scomoda, e va detta in prima persona plurale perché la responsabilità è nostra.
Noi abbiamo una classe politica che da vent’ anni pensa che amministrare voglia dire spendere. Ci arriva qualcosa da Roma o Palermo, lo spendiamo. Non ci chiediamo mai se quel qualcosa potesse diventare qualcos’altro. Siamo diventati un centro di spesa. Un grande condominio che amministra le bollette. 137 euro pro-capite di trasferimenti contro i 461 euro di fabbisogno standard che ci spetterebbero, 9,1 milioni che mancano ogni anno, e noi invece di chiederci come produrli, ci limitiamo a piangere perché non ce li danno. È comodo fare le vittime. È molto meno comodo ammettere che non abbiamo una visione.
Non sappiamo cosa valorizzare di noi. Non lo abbiamo mai saputo. Abbiamo la Scacchiera dell’Etna, abbiamo la pietra lavica, abbiamo le arance, la zona industriale e la zona commerciale, abbiamo la piana più fertile d’Italia, abbiamo 551 metri di altitudine e l’Etna alle spalle, ma non abbiamo mai deciso cosa vogliamo essere quando saremo grandi.
Così lasciamo fare. È la nostra vera politica economica: il laissez-faire travestito da fatalismo. Lasciamo fare al mercato, lasciamo fare alla GDO, lasciamo fare alla società che gestisce il parco. Noi stiamo a guardare.
Prendete Etnapolis ed Etnaland. Noi le abbiamo trattate come cattedrali nel deserto. Letteralmente. Le abbiamo messe lì, fuori dal paese, collegate solo da una strada statale e da un parcheggio infinito. Non abbiamo costruito intorno un distretto. Non abbiamo pensato che attorno a un luogo dove si stima passano tra 40 e 70 mila persone ogni weekend (a seconda dei periodi) dovesse nascere qualcosa di nostro: un albergo, dei B&B gestiti dai giovani belpassesi, agriturismo, una trattoria che fa il piatti tipici del territorio, un laboratorio dove si trasforma l’arancia che altrimenti parte in cassa a 30 centesimi al chilo per farci la spremuta a Milano, un negozio di ceramica lavica, una navetta, un’officina, un servizio.Niente.
Chi arriva a Etnapolis arriva in macchina da Catania, da Siracusa, da Bronte, compra, e torna a casa. Chi va a Etnaland entra nel parco, mangia nel parco, dorme fuori. Quante di quelle persone hanno dormito una notte a Belpasso? Quante hanno cenato da noi? Quante hanno comprato una bottiglia di Etna DOC da noi? Quasi nessuna. Perché noi non abbiamo voluto che succedesse. Abbiamo confuso l’ospitare con il subire.
E noi paghiamo. Noi paghiamo i costi indiretti de l traffico sulla SS121; noi paghiamo i rifiuti che restano; noi, se l’avessimo, dovremmo pagare gli straordinari della nostra polizia locale di sabato e domenica; noi consumiamo le nostre strade con i tir e i pullman. Loro incassano. L’IVA va a Roma e l’utile va alle sedi legali della grande distribuzione al Nord. A noi resta l’addizionale IRPEF dei nostri figli che fanno i commessi a 22-25mila euro l’anno: 139 euro pro-capite, contro i 160 della media siciliana e i 230 di quella italiana. Noi, con due miniere d’oro dentro casa, incassiamo meno della media siciliana. Se non è la prova che abbiamo sbagliato approccio, ditemi voi cos’è.
E poi c’è Piano Tavola con la nostra zona industriale e Valcorrente con la zona commerciale. Lì si vede meglio chi siamo.
Noi abbiamo centinaia di ettari con capannoni accatastati, e capannoni fantasma, visti dal satellite AGEA con IMU evasa per decine di migliaia di euro. Capannoni vuoti, sfitti, scheletri di lamiere che esistono per il drone ma non per il Catasto. E noi non abbiamo mai fatto la cosa più elementare che farebbe una comunità che si rispetti: sederci attorno a un tavolo con gli operatori economici che resistono lì dentro, con le loro associazioni datoriali e con i sindacati delle maestranze.
Mai. Non una volta. Non abbiamo chiesto: che vi serve per restare? Per assumere i nostri figli invece di mandarli a Milano? Per trasformare qui le nostre arance invece di spedirle? Per fare agro-tech invece di fare deposito di cianfrusaglie cinesi?
Abbiamo lasciato la zona industriale a se stessa. Perché andare a parlare con le maestranze significa ammettere che il lavoro non è solo un numero in un bilancio, è fatica, è contrattazione, è conflitto. E a noi il conflitto non piace. Ci piace dire che “il lavoro c’è”, anche se è precario, stagionale, sottopagato. Ci piace dire che “non manca il lavoro”, quando invece manca il lavoro che produce valore che resta qui.
Il risultato lo conosciamo: il 50% del nostro reddito viene da Stato e INPS, pensioni da 16-18mila euro e stipendi pubblici. Il 40% viene da lavoro dipendente privato povero legato ai consumi. Solo il 10% viene da impresa vera. Le rendite finanziarie sono sotto l’1%. Noi non produciamo ricchezza, amministriamo trasferimenti. Siamo diventati custodi del parcheggio più grande della Sicilia orientale.
Ci hanno insegnato che l’autonomia è chiedere più soldi a Roma. Forse l’autonomia è cominciare a chiederci cosa vogliamo fare noi, con quello che abbiamo già.
