RIFLESSIONI SULLA VIOLENZA
La sinistra tra due fuochi: quello squadrista che la colpisce e quello antagonista che la delegittima
Abstract
Questo articolo nasce da una necessità di chiarezza in un dibattito pubblico avvelenato e confuso, dove si usa la parola violenza in modo generico per equiparare fenomeni diversi. Quella confusione non è neutra: è la trappola in cui la sinistra cade e che regala voti alla destra, legittimazione ai Decreti Sicurezza e spazio politico a Futuro Nazionale di Vannacci. L’articolo propone una classificazione delle forme di conflitto, smonta il falso paragone con gli anni Settanta e rafforza due nodi rimossi dal dibattito. Da un lato la natura strutturale, punitiva e squadrista della violenza di destra, non episodica ma metodica e oggi legittimata dal clima politico. Dall’altro la nuova variabile della possibile saldatura tattica tra antagonismo autoctono e radicalismo islamico nata dopo il 7 ottobre 2023.
Perché non possiamo più dire solo “violenza”
Negli ultimi mesi ha ripreso quota lo scontro politico sull’uso della violenza, con accuse reciproche tra destra e sinistra. Un dibattito avvelenato se resta generico.
Della violenza di destra c’è da dire che è storicamente di tipo squadrista: aggressione mirata, punitiva, territoriale contro un avversario designato. Non è caos, è messaggio. È la spedizione contro la sede del sindacato, l’aggressione al militante antagonista fuori dall’università, l’irruzione contro il corteo LGBT o pro Pal, il pestaggio del giornalista. È una violenza che cerca la complicità dell’apparato. Quando le forze dell’ordine hanno mano libera nella repressione, quell’area la fiancheggia e gode della copertura e del silenzio del governo amico. E quando il governo criminalizza il dissenso altrui, si sente legittimata a fare da polizia parallela.
Il nervo scoperto, invece, è a sinistra. Forse per una nostalgia ideologica delle rivoluzioni, la sinistra non riesce a prendere le distanze dalla violenza in modo netto e senza ambiguità.
Per fare chiarezza, bisogna distinguere le forme di violenza e introdurre una variabile nuova, che fino a due anni fa era marginale e oggi è centrale: la possibile saldatura tra estremismo violento interno e radicalismo islamico.
Classificazione della violenza. Sette forme diverse più una fuori scala
Per uscire dalla genericità è necessario distinguere. La scala che segue va dalla bassa alla massima intensità di organizzazione e obiettivo politico. La classificazione permette di non confondere fenomeni diversi che richiedono risposte politiche diverse.
Teppismo. Atto vandalico, senza progetto. Vetrine spaccate a fine corteo. Senza rivendicazione politica strutturata.
Scontri di piazza. Scontro fisico tra manifestanti e forze dell’ordine per la contesa di uno spazio. Può essere reattivo o cercato. È episodico, dura una giornata.
Picchetti di fabbrica / picchetti duri. Blocco dell’accesso al luogo di lavoro. Legittimo come persuasione, violento quando impedisce con la forza la libertà altrui. Oggi praticato nei blocchi della logistica e dei porti.
Sommosse / Rivolte. Esplosione collettiva, improvvisa, di una comunità. Poca organizzazione, alta intensità emotiva e breve durata.
Guerriglia urbana. Categoria oggi centrale. A differenza dello scontro di piazza, non è episodica ma prolungata, diffusa e tatticizzata. Prevede tecniche di mordi e fuggi, barricate mobili, sabotaggio di cantiere, uso di armi improprie e ordigni artigianali. Non vuole prendere il potere come l’insurrezione, vuole rendere ingovernabile un territorio. È il modello NOTAV, G8, e di alcune fasi del conflitto urbano a Milano e Bologna.
Insurrezioni. Tentativo armato e organizzato di rovesciare un potere. Richiede armi, direzione politico-militare e controllo di porzioni di territorio.
Rivoluzioni. Processo storico di sostituzione di un ordinamento. La violenza ne è conseguenza, non essenza.
Terrorismo [categoria fuori scala]. Non appartiene alla stessa sequenza perché non è conflitto territoriale e collettivo, ma azione clandestina contro civili inermi per produrre terrore mediatico. L’obiettivo non è contendere spazio, ma punizione simbolica e destabilizzazione. Rappresenta il rischio evolutivo, non la pratica attuale dell’antagonismo italiano, e la sua eventuale comparsa sarebbe frutto della saldatura descritta più avanti.
Tabella 1 – Classificazione
| Tipo | Chi lo fa | Violenza contro | Obiettivo | Esempio |
| Teppismo | Singoli / infiltrati | Cose e persone a caso | Sfogo | Vetrine spaccate |
| Scontri di piazza | Manifestanti politicizzati | Forze dell’ordine | Contesa spazio | Val di Susa, università |
| Picchetto duro | Lavoratori / attivisti | Diritto altrui di lavorare | Blocco economico | Logistica, porti di Genova |
| Sommossa | Comunità in rivolta | Simboli del potere | Rabbia | Rivolte urbane |
| Guerriglia urbana | Rete militante strutturata | Controllo territoriale | Ingovernabilità | NOTAV, G8, zone rosse |
| Insurrezione | Org. armata | Stato | Presa del potere | Anni Settanta |
| Rivoluzione | Massa più élite | Ordinamento | Nuovo ordine | 1789 |
| Terrorismo [fuori scala] | Cellula clandestina | Civili inermi | Terrore mediatico | Jihadismo, stragismo |
Il caso NOTAV. É un movimento a triplo binario. Base ampia che pratica conflitto legittimo, presidi, ricorsi, cortei; avanguardia intermedia che pratica guerriglia urbana sistematica e sabotaggio; e frangia minoritaria che oscilla verso gli scontri di piazza. Non è teppismo perché ha motivazione politica, non è insurrezione perché non vuole prendere il potere. La sua ambiguità deriva dal non aver mai operato una separazione netta tra i tre livelli.
Le implicazioni sulla sinistra
La destra ha un rapporto pratico con la violenza. La sinistra ha un rapporto ideologico e questo la paralizza.
Effetto delegittimazione. Ogni vetrina rotta sposta il dibattito dal merito (salari, affitti, carovita ecc…) al metodo (ordine pubblico).
Effetto sui moderati. L’elettorato che decide le elezioni ha paura del disordine, per lui il blocco della tangenziale è un sopruso, non una lotta.
Effetto trappola. La sinistra passa il tempo a fare l’avvocato difensore dei suoi estremi invece che l’accusa politica al governo.
Tabella 2 – Perché la sinistra non rompe
| Alibi culturale | Effetto politico reale |
| È la rabbia sociale, va capita | Viene temuta, non capita |
| La vera violenza è quella del sistema | Assolve il gesto concreto |
| Non facciamo il gioco della destra | Regala alla destra il monopolio della sicurezza |
| Sono ragazzi che sbagliano | Assolve, come fossero minori, adulti pienamente responsabili |
Oggi non sono gli anni Settanta
Il paragone è un falso storico coltivato da nostalgici.
Tabella 3 – Anni Settanta vs Oggi
| Parametro | Anni Settanta | Oggi 2024-2026 |
| Soggetto | Operaio massa fabbrica fordista | Precario logistica, attivista e vertenzialista |
| Organizzazione | Partiti di massa, servizio d’ordine | Rete fluida, chat Telegram |
| Ideologia | Marxismo-leninismo, presa del potere | Ecologismo radicale, antagonismo identitario |
| Violenza | Teorizzata, militarizzata, migliaia di attentati all’anno | Da reattiva e simbolica a guerriglia urbana per farsi riprendere |
| Stato | Debole, guerra fredda | Forte, videosorveglianza totale |
Negli anni Settanta la violenza voleva sostituire lo Stato, oggi vuole farsi vedere dallo Stato.
Un ritorno agli anni di piombo in senso classico è impossibile, quello che è in corso è una polarizzazione a bassa intensità ma ad alta frequenza, una catena quotidiana di aggressioni, devastazioni di sedi, scontri tra opposti estremismi che si nutrono a vicenda. Modello francese e tedesco, non italiano del Settantasette.
La violenza praticata dalla destra non è un incidente, ma un metodo
Va chiarito con forza, che la violenza di destra non è episodica né marginale, è un filo continuo che non si è mai spezzato.
Dalla violenza squadrista storica a quella contemporanea, la logica è identica: individuare un nemico interno, il rosso, il migrante, il gay, il giornalista di sinistra, l’attivista pro Pal, colpirlo per intimidire tutti gli altri e rivendicare il controllo del territorio. È una violenza che non vuole rovesciare lo Stato, ma sostituirsi allo Stato quando lo ritiene troppo debole.
Negli ultimi due anni abbiamo assistito a una sua recrudescenza, legittimata dal clima politico.
1. Violenza diretta e punitiva. Aggressioni di militanti di CasaPound, Forza Nuova e gruppi identitari contro centri sociali, sedi ANPI e CGIL, collettivi universitari, cortei pro Palestina. Pestaggi mirati, spesso in dieci contro uno, ripresi e rivendicati sui social come trofeo.
2. Violenza culturale e intimidatoria. Sedizioni contro giornalisti, scrittori e presidi, liste di proscrizione di docenti di sinistra nelle scuole, campagne di doxing contro attivisti. Non rompe ossa, ma crea paura e autocensura.
3. Violenza istituzionalizzata per delega. Quando il governo lancia i Decreti Sicurezza contro i blocchi stradali e le occupazioni, l’estrema destra si sente autorizzata a fare il lavoro sporco contro ciò che la legge non riesce ancora a colpire: ronde anti migranti, sgomberi fai da te, aggressioni nei quartieri multietnici in nome del decoro.
È una violenza che la destra di governo non organizza, ma che non condanna mai fino in fondo. Anzi, la copre con il silenzio e la giustifica con la formula ‘violenza è violenza, condanniamo tutti’. Equiparare una vetrina rotta da un antagonista e un pestaggio squadrista organizzato è il modo più efficace per assolvere la seconda.
La variabile nuova. La saldatura tra estremismo interno e radicalismo islamico
È la variabile che cambia il quadro. Fino al 2023, in Italia, i due mondi erano separati. L’antagonismo di sinistra considerava l’islamismo una forza reazionaria, l’islamismo considerava la sinistra atea e decadente.
La guerra a Gaza dal 7 ottobre 2023 ha creato un ponte tattico, non ideologico, ma potentissimo: la causa palestinese come collante universale.
Questa saldatura non è ancora un’organizzazione comune, è una convergenza su tre livelli.
1. Livello di piazza, la co-presenza. Nei cortei pro Pal delle grandi città universitarie, Milano, Bologna, Roma, Napoli, convivono da mesi tre componenti: a) collettivi antagonisti e centri sociali, b) giovani di seconda generazione di fede musulmana politicizzati dalla questione palestinese, c) piccole frange di radicalismo islamico che usano la piazza come bacino di propaganda. Non marciano insieme per gli stessi motivi, ma marciano insieme contro lo stesso nemico, Israele, USA, governo Meloni definito complice.
2. Livello narrativo, teoria del nemico unico. Si è affermata una narrazione che unifica tutto; il sistema capitalista, sionista, patriarcale e islamofobo opprime sia i palestinesi a Gaza, sia i migranti nei CPR, sia i precari in Italia. È una narrazione che permette a un militante no border di sentirsi sullo stesso fronte di un militante islamista. È una saldatura lessicale prima che operativa.
3. Livello operativo, il rischio di apprendimento reciproco. Qui sta il pericolo per la sicurezza. L’estremismo interno porta in dote la conoscenza del territorio, la capacità di organizzare scontri di piazza e guerriglia urbana, reti legali di supporto, avvocati, case occupate. L’area del radicalismo islamico porta motivazione assoluta, disponibilità al martirio, contatti internazionali, know how su esplosivi e armi.
Finora in Italia non abbiamo avuto attentati frutto di questa saldatura. Ma i servizi europei di Francia, Germania, Belgio, segnalano già casi di foreign fighters rientrati che trovano rifugio logistico in ambienti antagonisti proprio perché meno controllati delle moschee ufficiali.
Le conseguenze prevedibili di questa saldatura sono devastanti soprattutto per la sinistra.
a) Salto di qualità della violenza. Si passa dalla guerriglia urbana, barricata e sabotaggio di cantiere, al sabotaggio strategico di matrice terroristica.
b) Delegittimazione totale del conflitto legittimo.
c) Spaccatura insanabile nella sinistra.
d) Reazione a catena della destra radicale. Ogni immagine di piazza dove si grida Allah Akbar accanto a Palestina libera è benzina per Futuro Nazionale di Vannacci.
Chiarimento necessario sull’Islam in Italia
Qui bisogna essere chirurgici per non cadere nella trappola di Vannacci. In Italia vivono circa 2,7 milioni di musulmani. La stragrande maggioranza NON è radicalizzata. Non è nemmeno lontanamente vicina al jihadismo. È composta da lavoratori, famiglie, studenti, commercianti che vogliono vivere in pace e che spesso sono le prime vittime del radicalismo.
Allo stesso tempo, sarebbe ipocrita e suicida dire che sono perfettamente integrati. I dati ISTAT, Caritas e del Viminale ci dicono che una parte consistente della comunità di fede islamica, soprattutto tra le prime generazioni e in alcuni quartieri ghetto delle grandi città, vive una integrazione fragile, segnata da segregazione abitativa, dispersione scolastica, lavoro nero e chiusura comunitaria. Non è radicalismo, è marginalità, ma quella marginalità è il brodo di coltura in cui una minoranza infinitesimale, stimata dai servizi in poche migliaia di soggetti, può pescare per la propaganda radicale. Confondere i 2,7 milioni con quelle poche migliaia è razzismo. Ignorare che quelle poche migliaia esistono e usano le piazze è cecità.
A cosa servono i Decreti Sicurezza
In questo clima vanno letti i Decreti Sicurezza del Governo Meloni. La sequenza non è casuale, è una strategia di accerchiamento.
Tabella 4 – Funzione dei Decreti Sicurezza 2022-2025
| Decreto | Bersaglio dichiarato | Bersaglio reale nel conflitto | Effetto politico |
| DL 162/2022 Anti-Rave | Rave party abusivi | Mondo antagonista, centri sociali | Primo test, trasformare un illecito in reato associativo |
| DL 20/2023 Cutro | Scafisti e immigrazione clandestina | Narrazione emergenza immigrazione | Sinistra inchiodata a difendere gli scafisti |
| DL 123/2023 Caivano | Baby gang, degrado urbano | Paura urbana, giovani periferie | Sinistra appare buonista e anti sicurezza |
| Legge 199/2024 ex DDL 1660 – 1° Pacchetto Sicurezza Piantedosi | Blocchi stradali, occupazioni, rivolte in carcere e CPR, ecoreati | Antagonisti, ambientalisti, movimento pro Pal, detenuti | Alzare il costo del dissenso, blocco stradale da illecito a reato, fino a 8 anni per rivolta in carcere e CPR, sgombero rapido occupazioni, scudo legale forze dell’ordine |
| DL 48/2025 conv. in Legge 80/2025 – 2° Pacchetto Sicurezza | Sicurezza urbana, tutela agenti, occupazioni | Estensione e inasprimento totale | La stretta finale, nuovo reato di occupazione arbitraria con procedura d’urgenza, Daspo urbano allargato, arresto in flagranza differita, aggravante per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, stretta su armi bianche, fondi per bodycam e tutela legale |
Triplice funzione confermata. Funzione giuridica, alzare il costo penale del conflitto sociale. Funzione identitaria, blindare la base di destra sul tema sicurezza. Funzione politica, costruire una trappola perfetta per la sinistra, costringendola a votare contro norme di buon senso apparente. E con la nuova variabile islamica, la trappola diventa micidiale perché basta un episodio di violenza in un corteo pro Pal con contiguità islamista per giustificare un nuovo Decreto Sicurezza.
L’introduzione della fattispecie di guerriglia urbana nel dibattito pubblico è esattamente ciò che giustificherebbe un terzo Pacchetto Sicurezza.
Il fattore Vannacci
Futuro Nazionale non produce direttamente violenza squadrista, produce legittimazione culturale dello scontro.
Meccanismo a tre tempi. Primo, provocazione discorsiva su immigrati, islam, Palestina. Secondo, reazione violenta antagonista più componente islamica radicale. Terzo, capitalizzazione vittimista: ‘vedete, la sinistra e gli islamici vogliono impedirci di parlare, serve più ordine’.
Vannacci non ha bisogno di una piazza violenta di destra, ha bisogno di una piazza violenta di sinistra saldata con l’islamismo radicale. È l’avversario che più gli serve per passare dal 5% al 15%.
Che cosa deve fare la sinistra per uscire dall’impasse ed evitare la trappola
La sinistra per uscire dall’impasse deve fare tre rotture nette e pubbliche, senza ambiguità.
Primo, rompere con la violenza come strumento politico. Non con una formula di circostanza, ma con un codice chiaro. Il conflitto sociale è legittimo quando è aperto, di massa, non violento e rivendicabile. Blocchi stradali selvaggi, devastazione di sedi, aggressioni alle forze dell’ordine e guerriglia urbana non sono conflitto, sono autolesionismo politico. Vanno condannati prima che lo faccia la destra, non dopo, altrimenti ogni condanna appare difensiva.
Secondo, rompere con la saldatura illiberale. La sinistra deve dire in modo solenne e definitivo che non esiste alcuna causa comune con chi inneggia alla sharia, con chi giustifica il 7 ottobre, con chi grida morte a Israele e agli ebrei, con chi considera le donne cittadine di seconda classe. Palestina libera sì, ma da Hamas come dall’occupazione. Laica, democratica, plurale. Chi non accetta questo perimetro sta fuori, anche se in piazza grida lo stesso slogan.
Terzo, rompere con l’avvocato difensore e tornare a fare il pubblico ministero contro la destra. Oggi la sinistra passa le giornate a spiegare perché una vetrina rotta o un blocco del porto andrebbero capiti, mentre dovrebbe passare le giornate a spiegare perché i Decreti Sicurezza non danno più sicurezza a nessuno. Perché non alzano i salari, non abbassano gli affitti, non fermano le aggressioni squadriste. La sicurezza di cui la gente ha bisogno è salario minimo, sanità che funziona, treni in orario, quartieri illuminati, non un nuovo reato.
Se fa queste tre cose, la sinistra disinnesca la trappola e toglie a Vannacci il nemico che gli serve, toglie al governo l’alibi per nuovi decreti e restituisce al conflitto sociale la sua legittimità. Altrimenti continuerà a perdere non perché il paese è di destra, ma perché appare più preoccupata di giustificare i suoi margini violenti che di difendere la vita concreta della sua gente.
Considerazioni finali
La distinzione tra conflitto e violenza oggi non basta più. Serve una seconda distinzione, ancora più netta tra conflitto e saldatura con forze illiberali.
La sinistra può e deve organizzare il conflitto su lavoro, casa, clima, Palestina. Ma deve dire con chiarezza che non c’è nessuna causa comune con chi inneggia alla teocrazia, con chi giustifica il terrorismo di Hamas, con chi vuole la sharia. Altrimenti non solo perde le elezioni, ma perde la sua stessa ragione storica, l’emancipazione universale, laica e libertaria.
La destra squadrista si combatte con lo Stato di diritto e con la denuncia intransigente della sua natura punitiva e neofascista, senza false equivalenze. La tentazione della violenza antagonista, anche nella sua forma più strutturata di guerriglia urbana, si combatte con la chiarezza politica. La saldatura con il radicalismo islamico, se non stroncata subito culturalmente, rischia di far precipitare il paese non negli anni di piombo, ma in qualcosa di peggio, in una guerra civile a bassa intensità su base identitaria, dove non ci sono più operai e padroni, ma solo italiani contro stranieri, laici contro credenti, e dove a vincere è solo chi vende paura.
