EXTRA PROFITTI PETROLIFERI E DEI CARBURANTI IN ITALIA
Perché copiare il modello di tassazione britannico non basta e come si può fare in Italia
Abstract
Da due anni il dibattito pubblico italiano ripropone lo stesso schema. Scoppia una guerra, prima in Ucraina e ora tra Stati Uniti, Israele e Iran, il prezzo del petrolio schizza oltre i cento dollari e i bilanci di ENI, Saras e ISAB esplodono. A quel punto parte la frase fatta che sentiamo in TV, “la Gran Bretagna tassa già gli extraprofitti, perché noi no?”. Sembra una soluzione semplice, quasi ovvia. In realtà è una mezza verità e questa relazione spiega perché, e cosa si potrebbe fare invece.
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Cosa significa davvero extraprofitto
Nel mercato elettrico italiano l’extraprofitto nasce da una regola. Il prezzo viene fissato dall’ultima centrale a gas chiamata. Quindi, se il gas costa 120 euro per colpa della guerra, anche chi produce con il sole a 40 euro vende a 120. Guadagna 80 euro in più senza aver fatto nulla. È un extraprofitto regolatorio. [vedi art. Il boomerang energetico italiano]
Con il petrolio il meccanismo è diverso, è di mercato. In Italia il costo di estrazione dei giacimenti della Basilicata oscilla tra i 20 e i 35 dollari a barile e non cambia con la guerra. Quello che cambia è il prezzo di vendita. Viene fissato a Londra dal Brent e il Brent non guarda i costi, guarda la paura di una riduzione di disponibilità a causa dei conflitti bellici. In una fase normale vale circa 70 dollari, quindi il margine è di circa 40 dollari. Quando c’è il rischio che si chiuda lo Stretto di Hormuz, dove transita più del 20 per cento del greggio mondiale, il prezzo vola a 110 o 120. Il costo di estrazione resta fermo a 30, per cui il margine passa a 90, raddoppia senza alcun investimento aggiuntivo.
A questo extra margine se ne aggiunge un altro, che poi ritroviamo subito alla pompa. È il margine di raffinazione. Non è un aumento di costo vero, perché raffinare un barile costa sempre 4 o 6 dollari, guerra o non guerra. Quello che sale è quanto ti fanno pagare per farlo. In tempi normali quel lavoro vale 5 o 8 dollari a barile, nei picchi di guerra arriva a 25 o 35 dollari. Succede perché quando scoppia una guerra manca gasolio già pronto, la Russia da sola copriva il 40 per cento di quello europeo, le nostre raffinerie di Priolo e Milazzo girano già al 90 per cento delle proprie capacità e non possono fare di più, e poi applicano il trucco del costo di sostituzione. Hanno nei serbatoi gasolio fatto due mesi fa con greggio a 70 dollari, ma te lo vendono oggi come se lo avessero già ricomprato a 110, per mettersi al sicuro per domani. Quei 15 o 20 dollari in più di margine sono circa 12 o 15 centesimi che paghiamo in più al litro alla pompa, senza che raffinare sia costato un euro in più.
A questo si aggiungono il margine di raffinazione, che passa da 5 a 8 dollari a 25 o 35 nei picchi di guerra, e l’effetto magazzino, comprare a 70 e rivendere lo stesso prodotto a 110 due mesi dopo a Trieste o Augusta. (1)
Cosa fa davvero la Gran Bretagna
Londra tassa gli extraprofitti dal 26 maggio 2022 con la Energy Profits Levy. All’inizio sovratassa del 25 per cento, poi 35 e oggi 38. Con le tasse ordinarie si arriva al 78 per cento sugli utili. Doveva finire nel 2025, poi è stata prorogata al 2030. Ha raccolto 2,8 miliardi di sterline fino al 2023 e dovrebbe arrivare a 26 miliardi entro il 2028, usati per calmierare le bollette.
C’è però una parte che in Italia non viene mai citata. I britannici hanno introdotto un paracadute. Se il petrolio scende sotto i 71,40 dollari per due trimestri, la tassa si sospende. Senza questo meccanismo le aziende scappano. E anche con questo meccanismo gli investimenti previsti tra il 2025 e il 2029 sono crollati da 14,1 a 2,3 miliardi, secondo OEUK, Offshore Energies UK. Meno investimenti oggi significa più importazioni di gas liquido domani.

Cosa ha fatto l’Italia e dove si fa l’extraprofitto da noi
Con il governo Draghi abbiamo tagliato le accise di 30 centesimi alla pompa da marzo a dicembre 2022. Ha funzionato subito, ma è costato 7,6 miliardi in nove mesi, record europeo in rapporto al PIL. Appena finito, il primo gennaio 2023, più 25 centesimi in un giorno. Poi con il decreto trasparenza del 2023 abbiamo introdotto l’obbligo di prezzo medio e il Garante prezzi, utile contro le furbate locali ma inutile se il Brent sale.
Il nostro contributo extraprofitti, Contributo straordinario di solidarietà, del 2022, prima al 25 poi al 50 per cento, è stato costruito su base IVA e non sull’utile da prezzo, quindi fragile giuridicamente, ha raccolto meno di tre miliardi e si è perso in ricorsi. (1)
La differenza fondamentale è che in Italia chi estrae copre solo il 7 per cento del fabbisogno. Il 50 per cento dell’extraprofitto viene dalla raffinazione a Milazzo e Priolo, cinque gruppi controllano il 70 per cento della capacità. Nel 2021 margine di 6 dollari al barile, nel 2022 di 28. Saras da 19 a 773 milioni di utile. Un altro 30 per cento viene dalla generazione elettrica con rinnovabili vecchie ammortizzate che vendono a prezzo del gas. Solo il 15 per cento viene dall’estrazione ENI e il 5 per cento dallo stoccaggio. Tassare solo l’estrazione come fa Londra colpisce solo quel 15 per cento.
La tassazione degli extraprofitti è una scelta politica o tecnica?
La mancata tassazione è entrambe le cose, ma con pesi diversi. Al 30 per cento è una difficoltà tecnica reale, al 70 per cento è una scelta politica consapevole di non scegliere. E la tecnica viene spesso usata come scusa per non affrontare la politica.
La parte tecnica esiste. Tassare l’extraprofitto in Italia è più difficile che in UK. In UK hai un pozzo, sai quanto estrai e quanto costa. In Italia il grosso è nel margine di raffinazione e nello stock di gasolio in magazzino. Come lo misuri senza colpire chi ha lavorato bene? Ci sono poi vincoli costituzionali, l’articolo 53 sulla capacità contributiva, e il Regolamento UE 2022/1854 che permette il contributo solo temporaneo e sopra il 20 per cento della media quadriennale. Se lo fai permanente al 78 per cento rischi ricorsi. E molti trader hanno sede a Zug, CH, o a Londra, non li prendiamo con una legge italiana.
Però la tecnica non spiega tutto, anzi spiega poco. La Gran Bretagna aveva gli stessi problemi e li ha risolti. Ha definito un prezzo soglia chiaro di 71,40 dollari, un meccanismo automatico di sospensione e ha vincolato il gettito. Noi invece abbiamo scritto norme volutamente generiche, cambiate tre volte in un anno, con base IVA invece che utile da prezzo. Tecnicamente era un suicidio annunciato e lo sapevano.
La parte politica pesa di più.
Il peso di ENI. ENI non è una compagnia come le altre. È partecipata al 30 per cento dal Tesoro, gestisce l’approvvigionamento gas, ha 32 mila dipendenti, è strumento di politica estera in Libia, Algeria, Egitto e Mozambico. Tassarla al 78 per cento significa indebolire il braccio con cui negozi il gas quando Hormuz si chiude. Nessun governo ha voluto correre questo rischio.
Il ricatto occupazionale della raffinazione. A Priolo e Milazzo lavorano direttamente e nell’indotto più di 10 mila persone. Tassare il margine di raffinazione è tecnicamente giusto, ma politicamente viene presentato come tassa sul lavoro siciliano. Nessuno vuole quell’etichetta, soprattutto con elezioni regionali sempre vicine.
La cultura fiscale italiana. Da noi è più facile dire taglio 30 centesimi a tutti, che costa 7,6 miliardi e piace a tutti, piuttosto che dire tassa di 2 miliardi i petrolieri e li do solo a chi ha ISEE sotto i 25 mila euro. La prima è universale, la seconda è divisiva e ti mette contro Confindustria Energia.
Il timore della fuga degli investimenti. In UK dopo la levy gli investimenti sono crollati da 14,1 a 2,3 miliardi. Le aziende italiane usano lo stesso argomento, se ci tassate spostiamo la raffineria green a Valencia. In un paese che ha disperato bisogno di investimenti, questo argomento pesa più dei numeri del MEF.
In sintesi, non tassare gli extraprofitti è il risultato di un compromesso implicito. Manteniamo buoni rapporti con ENI e con i raffinatori perché ci garantiscono sicurezza energetica e occupazione in territori fragili e in cambio rinunciamo a 2 miliardi l’anno. Compromesso che aveva senso con Brent a 70 dollari. Con Brent a 110 per colpa di una guerra, il costo politico di non fare nulla diventa più alto del costo di litigare con i petrolieri, perché alla pompa ci va tutta Italia. Ecco perché i media ora rispolverano il “la Gran Bretagna lo fa”. Non perché sia facile, ma perché è diventato imbarazzante non farlo.
Le soluzioni esistono già. La difficoltà non è tecnica ma politica e, se ci fosse la volontà, si potrebbero applicare domani mattina.
Cosa possiamo fare? Il “Modello Etna”
Primo. Una tassa intelligente. Base al 40 per cento fino a 75 dollari al barile, sopra i 75 scatta una levy del 35 per cento ma solo sulla parte di utile che supera del 15 per cento la media degli ultimi cinque anni, così non colpisci chi cresce per merito. Prevedi un floor come in UK, se il Brent scende sotto i 70 per due trimestri la tassa si sospende. Vincola per legge il gettito a un Fondo per la transizione del Sud. Stima prudente, tra 1,8 e 2,5 miliardi l’anno con Brent sopra i 90.
Secondo. Usare quei soldi per risolvere il problema alla radice. Non per 20 giorni di sconto a tutti, ma per trasformare la rendita di guerra in indipendenza. Un miliardo per credito d’imposta al 40 per cento per fotovoltaico industriale su capannoni e sulla sciara non agricola. Un miliardo genera 1,2 gigawatt e fa risparmiare 0,8 miliardi di metri cubi di gas. Mezzo miliardo per bonus carburanti mirato da 300 euro solo per redditi sotto i 25 mila e per autotrasporto. Mezzo miliardo per una task force di 200 tecnici che sblocchi le autorizzazioni. Oggi un parco solare in Sicilia aspetta 4 o 6 anni, un rigassificatore 8 mesi. È il paradosso del burocrate che cestina l’ecologista per la rinnovabile.
Terzo. La più difficile ma l’unica strutturale. Una riforma delle accise diluita in dieci anni. Non possiamo cancellare 25 miliardi di accise storiche in un colpo, quelle della crisi di Suez del 1956 o dell’alluvione di Firenze del 1966. Ma fare un patto chiaro con i cittadini. Ogni tre gigawatt di rinnovabili nuove connesse, togliere per decreto la più vecchia accisa storica, due centesimi alla volta. Più pannelli sull’Etna, meno tasse su Suez.
La Spagna lo ha fatto tra il 2023 e il 2024, tassa blanda più IVA zero su fotovoltaico, bolletta giù del 20 per cento.
Queste tre leve insieme dimostrano che non è vero che non si può fare. Si può fare, serve solo decidere da che parte stare. Se continuare a finanziare con accise del 1956 chi chiude Hormuz oggi, o finanziare con la tassa su chi specula sulla guerra chi produce solare domani in Sicilia.
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Dire “la Gran Bretagna lo fa, facciamolo anche noi” è giornalismo pigro. Loro tassano chi estrae perché estraggono tanto. Noi dovremmo tassare chi raffina e chi specula sulla paura e usare quei soldi non per venti giorni di sconto, ma per non dover più comprare benzina quando la prossima guerra chiuderà lo Stretto. La transizione ecologica in Sicilia non è ideologia. È l’unica tassa sugli extraprofitti che dura venticinque anni. Ogni euro trasformato in un pannello sull’Etna è un euro che non daremo mai più a chi decide di chiudere Hormuz.
Nota esplicativa (1)
Come era costruito il contributo straordinario di solidarietà
Con il decreto legge 21 del 2022 il governo Draghi ha detto, prendiamo le aziende energetiche che fatturano più di una certa soglia e tassiamo l’incremento del loro saldo tra operazioni attive e passive ai fini IVA rispetto all’anno prima. Se nel 2021 avevi un saldo IVA di 100 e nel 2022 per la guerra schizzi a 200, quei 100 in più venivano tassati prima al 25 per cento, poi con la legge di bilancio 2023 al 35 per cento per alcune fasce e fino al 50 per cento sopra certe soglie.
Sulla carta sembrava furbo perché l’IVA la vedi subito, non devi aspettare il bilancio. In pratica era un disastro per tre motivi.
1. Primo, tassavi il fatturato e non l’utile extra da prezzo. Una raffineria che fattura di più perché il Brent sale da 70 a 120 fattura di più anche se non ha guadagnato di più in percentuale, semplicemente perché il prezzo è più alto. Ma il saldo IVA sale anche se i tuoi costi sono saliti nella stessa misura. Quindi hai colpito anche chi non aveva extraprofitto reale, per esempio un importatore di gas che comprava gas caro e rivendeva caro con lo stesso margine di prima. Ha fatto fatturato IVA più alto ma utile uguale, e si è trovato tassato lo stesso.
2. Secondo, era retroattivo e scritto male. La norma è entrata in vigore a marzo 2022 ma andava a prendere i saldi da ottobre 2021 a marzo 2022 confrontati con lo stesso periodo dell’anno prima. Quindi tassavi operazioni già avvenute, quando le aziende non potevano più organizzarsi. La Corte Costituzionale e la giurisprudenza europea dicono che puoi tassare gli extraprofitti solo se la norma è chiara, temporanea e collegata a un evento eccezionale. Qui invece la base imponibile era un saldo IVA che non c’entra nulla con la capacità contributiva richiesta dall’articolo 53 della Costituzione. Risultato, centinaia di ricorsi, TAR Lazio, Commissioni Tributarie e incassi bloccati.
3. Terzo, ha raccolto pochissimo perché aggirabile. Lo Stato prevedeva 10 miliardi, poi rivisti a 6,5. Alla fine ne sono arrivati meno di 2,8 netti nel 2023 secondo il MEF. Perché molte aziende hanno spostato contabilmente le operazioni, hanno usato compensazioni IVA o hanno semplicemente dimostrato che il loro saldo IVA era cresciuto per motivi diversi dal prezzo, per esempio per acquisizioni.
Confronta con la Gran Bretagna. Loro hanno tassato l’utile vero, cioè ricavi meno costi di estrazione, con una aliquota chiara e con un floor sotto cui la tassa si spegne. Hanno raccolto 2,8 miliardi solo nel primo anno e hanno avuto pochissimi ricorsi perché la base era solida.
In breve, il contributo italiano è stato una tassa sul fatturato gonfiato dalla guerra e non sul margine extra reale, retroattiva e fragile sul piano costituzionale perché non legata alla capacità contributiva. Per questo ha raccolto meno di tre miliardi invece dei dieci previsti e si è persa in centinaia di ricorsi, mentre il modello britannico basato su utile extra vero ha retto ai giudici e ha raccolto molto di più.
