L’ISOLA CHE NON HA MAI SMESSO DI ESSERE FEUDO
Racconto storico
Prologo
Allora, proviamo a immaginarci la scena. Siamo in Sicilia alla fine dell’XI secolo. Arriva Ruggero il Normanno con i suoi cavalieri. Ha conquistato un’isola enorme e deve capire come tenerla. Non ha impiegati e non ha un ministero, ha solo uomini armati che vogliono essere pagati. Li paga con la cosa più semplice che ha a disposizione, cioè la terra.
Il meccanismo è elementare. Ti do questo pezzo di Sicilia (grande quanto un comune di oggi) e tu in cambio mi sei fedele, mi dai soldati quando ti chiamo e amministri la giustizia per conto mio.
Questo è il feudo. Accanto al barone normanno c’è subito il vescovo, perché l’imperatore ragiona in modo furbo. Se dà potere a un barone laico quello fa figli e crea una dinastia che poi gli farà la guerra. Se lo dà a un vescovo che non può avere figli legittimi, quando muore tutto torna a lui. Così il vescovo diventa conte, ha castello e soldati e incassa la decima, cioè il dieci per cento di tutto quello che produci.
Sotto chi c’è? C’è il contadino che in Sicilia si chiama villano ma in realtà è un servo della gleba, adscriptus glebae, inchiodato alla terra. Non può andarsene e se é nato in quel feudo muore in quel feudo. Nelle zone agricole dove non c’è altro questo legame è fortissimo, perché o si sta col padrone o si muore di fame.
Il trucco del celibato: 1139
Facciamo ora un salto in avanti fino al 1139 e chiediamoci perché i preti non si sposano. Verrebbe da pensare che sia una cosa spirituale da sempre, invece non è così. Per capirlo dobbiamo tornare indietro di mille anni, quando Pietro era sposato e aveva la suocera e fino all’anno 1000 i preti si sposavano normalmente.
Poi la Chiesa si accorge di un problema economico enorme. Se il prete di un paese ha moglie e figli, quando muore chi si prende la chiesa, la casa e le terre della parrocchia? Se le prendono i figli e la parrocchia diventa proprietà privata. In tutta Europa le chiese stanno diventando ereditarie.
Allora la Chiesa corre ai ripari. Nel 385 ci prova Papa Siricio, nel 589 il Concilio di Toledo stabilisce che i figli dei preti non ereditano, ma è con la grande riforma dell’XI secolo di Gregorio VII che si decide di chiudere davvero. Ci sono due concili a Roma. Il Lateranense I nel 1123 stabilisce che il matrimonio dei preti è illecito e il Lateranense II nel 1139 stabilisce che è nullo, cioè che non esiste. Dal 1139 in poi se un prete si sposa il suo matrimonio non è valido.
La ragione ufficiale è la purezza, ma la ragione vera è patrimoniale. Senza moglie e senza figli non ci sono eredi e tutto torna a Roma. La ricchezza non si disperde più ma si concentra nelle mani di vescovi e cardinali. Poi certo ci si inventa il nepotismo, perché se non ho figli ho comunque i nipoti, i nepos, a cui dare incarichi e tasse da riscuotere.
Nella realtà parrebbe che il celibato sia rimasto nella norma, non nella vita. Si racconta sottovoce, e non da oggi, che la presenza di compagne, di figli e di patrimoni trasmessi tramite prestanome non sarebbe mai venuta meno del tutto. Sarebbe una condizione nota a molti e detta da pochi, e forse è proprio quell’ipocrisia diffusa a tenere in piedi l’impalcatura.
Il filo che non si spezza. Dal latifondo all’Asp
Ed è qui che il passato si lega al presente senza stacco.
Nel 1812 a Palermo il Parlamento siciliano abolisce il feudalesimo con una formula che sembra una rivoluzione, perché stabilisce che non vi saranno più feudi e che tutte le terre si possederanno come allodii. In pratica non più in concessione dal re ma come proprietà piena. Quella che sembra una rivoluzione però è un cambio di etichetta, perché i baroni mantengono le terre e diventano latifondisti. Tanto che fino al 1950 in Sicilia ci sono ancora 228 latifondi sopra i 500 ettari.
Poi la terra smette di rendere, ma il potere non scompare, trasloca dietro una scrivania. Non c’è più grano da distribuire ma ci sono posti da assegnare. Il meccanismo è identico , è cambiata solo la risorsa.
Prima il barone diceva ti do un pezzo di terra, oggi chi ha in mano una piccola rendita di potere dice ti do il posto.
Parliamo del governatore, del sindaco, dell’assessore, del funzionario dell’ufficio tecnico comunale, del dirigente dell’Asp che fa le graduatorie, del dirigente di una partecipata o del primario ospedaliero. Il meccanismo è sempre quello che abbiamo descritto prima, cioè ho una risorsa scarsa che una volta era la terra e oggi è una concessione edilizia, un appalto sotto soglia, un’assunzione a tempo determinato o un’autorizzazione sanitaria e la distribuisco non a chi ha più merito ma a chi mi è più fedele. Formalmente è tutto per concorso e tutto con giuramento di dignità e onore, sostanzialmente è distribuzione per fedeltà.
Basta guardare come funziona una scuola paritaria in Sicilia. La legge dice che manca una procedura che regoli la selezione e la Corte Costituzionale con la sentenza 180 del 2023 lo conferma. Tradotto significa che il gestore chiama chi vuole, cioè chiama i “vicini”. Lo stesso accade in una cooperativa legata a un partito o in un ente di formazione.
Per governatore, sindaco, funzionari apicali, dirigenti Asp e dirigenti di partecipate basterebbe una verifica patrimoniale prima e dopo l’incarico. Non si fa perché l’opacità è parte del sistema.
A questo punto va detta una cosa con chiarezza, altrimenti il racconto diventa qualunquista. Questo vale per i prelati come per i funzionari apicali, per i sindaci come per i dirigenti, e non riguarda tutti indistintamente. Riguarda una minoranza, spesso proprio quella che occupa i posti apicali e che fa più rumore, ma che resta una minoranza. Ci sono sindaci, funzionari, dirigenti, parroci e primari che fanno il loro lavoro onestamente e con merito, tutti i giorni.
Quella minoranza però è molto visibile perché finisce in cronaca. Si pensi ai Comuni sciolti per mafia, alle inchieste sulle Asp, sugli appalti pilotati e sugli scandali in curia. Quando quella minoranza è tanto visibile che avvelena la percezione generale e si comincia a pensare che lo facciano tutti e che gli altri non siano stati ancora scoperti.
Questa è la vera patologia sociale. Se la convinzione é che tanto funziona così per tutti, anche la persona onesta si sente autorizzata e quasi costretta a chiedere il favore. È una forma di autoassoluzione collettiva per cui “lo faccio anch’io perché tanto lo fanno tutti”, e in questo modo il sistema si autoalimenta.
La partenza
A questo punto succede l’inevitabile. I ragazzi studiano, sono bravi e hanno competenze. In una democrazia normale i giovani scolarizzati dovrebbero essere gli anticorpi alla corruzione, perché sono quelli che conoscono le regole e che potrebbero pretendere il concorso vero, la trasparenza e la verifica.
Ma qui il sistema non premia il merito, premia l’amicizia e premia la fedeltà al posto della competenza.
Allora quella classe dirigente selezionata per fedeltà (al solito non tutta ma quella che occupa i posti apicali), si rivela una classe dirigente men che modesta. E i ragazzi competenti cosa fanno? Vanno via.
I numeri sono chiari. Cinquantaseimila laureati via dalla Sicilia in dieci anni secondo lo Svimez 2026, novantaseimila giovani tra i 18 e i 35 anni in meno tra il 2019 e il 2026, oltre duecentomila residenti persi in un decennio. Vanno a Milano, a Berlino e a Londra, dove se vinci un concorso hai vinto davvero e dove è difficile arrivarci per raccomandazione.
Cosa resta? Resta un territorio che declina non solo economicamente ma anche moralmente e socialmente, perché se in alto metti i fedeli al posto dei competenti le decisioni saranno mediocri e il declino diventa una profezia che si autoavvera.
C’è poi un ultimo effetto perverso e forse il più ingiusto. Questa modalità malata di selezione nel sentire comune viene generalizzata con la frase che sono tutti raccomandati. Anche questa è un’autoassoluzione per chi ricorre al favore, ma così facendo si penalizza proprio chi ce l’ha fatta per merito. Il medico bravo che ha vinto il concorso, il funzionario onesto e il parroco che non ha niente da nascondere finiscono nel mucchio, schiacciati dal sospetto che tanto siano tutti uguali.
Epilogo. Il riscatto è possibile
E allora è finita così? No, perché il feudo nella storia non è eterno. Cade quando cambia la base economica e quando chi sta sotto smette di chiedere il favore e comincia a pretendere il diritto.
Il riscatto non verrà da un nuovo Ruggero che arriva da fuori. Verrà se quella generazione che oggi è andata via troverà una ragione per tornare o se quella che è rimasta smetterà di dire che tutti lo sanno e nessuno lo dice e comincerà a dire che lo sa e lo dice.
Basterebbe poco e lo abbiamo già scritto. Servono concorsi veri con commissioni sorteggiate fuori dall’isola, verifiche patrimoniali prima e dopo l’incarico, rotazione obbligatoria dei funzionari apicali e procedure trasparenti per le scuole paritarie e per gli enti di formazione. Sono cose tecniche e noiose da ufficio, ma sono l’esatto contrario del feudo.
Il paese è sempre lì con i suoi due palazzi. Cambiano le targhe ma per cambiare chi ha le chiavi bisogna smettere di chiederle in prestito e cominciare a pretenderle per merito.
