I giovani siciliani tra competenze che scappano, disagio che resta e nuove vite da integrare
La fabbrica non li vuole, la società non li vede, la strada li aspetta

1. Non è più la scuola il problema.
Per anni hanno ripetuto che la scuola sforna teoria e le imprese devono formare da zero. Quel racconto è invecchiato. Gli ITS come l’Archimede di Siracusa o lo Steve Jobs di Caltagirone mettono ventenni a programmare CNC, gestire celle robotizzate, lavorare in CAD/CAM. Da Palermo, Catania, Messina ed Enna escono ingegneri informatici che sanno di AI, database, automazione. Ad Agraria si studia sensoristica per i campi, a Ingegneria Energetica idrogeno verde, a Biotecnologie genomica. AlmaLaurea 2025 lo conferma: nel Mezzogiorno il 28,6% dei laureati è STEM. A un anno dal titolo lavora l’82%, ma solo il 44% lavora qui.
Ma raccontare solo l’élite che emigra sarebbe una limitazione. La Sicilia ha più generazioni nella stessa generazione. E da qualche anno se n’è ha aggiunta un’altra, arrivata dal mare.
2. I “GIOVANI” non sono uno solo: quattro sicilie più una, con numeri e facce
2.1 Quelli che partono con la valigia pronta.
È la Sicilia che laureiamo e poi regaliamo. Come detto, parliamo di 28,6% di laureati STEM nel Mezzogiorno, a un anno dal titolo l’82,4% lavora, ma solo il 44,1% lo fa al Sud. Ogni tre ingegneri o tecnici formati tra Catania e Palermo, quasi due se ne vanno. Dove? Germania, Olanda, Francia, Regno Unito. Questo dicono i dati Eurostat 2024 sulle migrazioni qualificate.
Un ingegnere gestionale neolaureato a Monaco parte da 52-55 mila euro lordi annui. A Catania, se va bene, 28-30 mila. Un perito meccatronico ITS in Baviera firma per 2.800 euro netti al mese a 23 anni. Qui sta tra 1.300 e 1.500 con contratto metalmeccanico . STMicroelectronics a Catania assume, ma è un’isola, fuori c’è il deserto di Piccole e Medie Imprese (PMI) che non fanno R&S. Così il ragazzo di Gela che ha studiato automazione va a lavorare su linee 4.0 a Stoccarda, mentre la PMI di Caltanissetta cerca ancora il “manutentore che sappia arrangiarsi”.
Il disagio di chi parte è lo sradicamento.
Fondazione Migrantes 2024 conta 16.812 siciliani tra 18 e 34 anni iscritti all’AIRE (anagrafe di chi vive fuori dai confini nazionali) solo nell’ultimo anno. Famiglie su WhatsApp, figli che nasceranno tedeschi, la Sicilia che diventa il posto dove tornare in vacanza ad agosto. Molti dicono: “Non tornerei neppure a parità di stipendio”. Perché qui mancano progetti, colleghi, prospettiva di carriera. Si parte per vivere, non solo per guadagnare.
Una storia-tipo: Marco, 25 anni, Siracusa. Diploma ITS Archimede in meccatronica, 100 e lode. Stage in un’azienda locale a 600 euro al mese, gli fanno caricare pezzi su un tornio anni ’90. Dopo 8 mesi manda curricula in Germania. Lo prendono a Ingolstadt, Audi. Contratto a tempo indeterminato, 3.100 euro netti, corso di tedesco pagato, affitto calmierato. Scrive alla madre: “Qui progetto celle robotizzate. A Siracusa avrei avvitato bulloni”. Torna per Natale. Non sa se resterà.
2.2 Quelli che restano e si adattano al ribasso.
È la fascia grigia dei sottoccupati qualificati. Unioncamere Excelsior 2024 segnala che in Sicilia il 31% delle assunzioni previste per laureati è con contratto a termine o in somministrazione. La media italiana è 22%. L’INPS aggiunge che la retribuzione media annua lorda under 35 al Sud è 18.740 euro, contro 24.310 del Centro-Nord. Parliamo di 500-600 euro netti di differenza al mese.
Chi sono?
L’ingegnere energetico che fa il “consulente” per ESCo a 1.000 euro con partita IVA, senza contributi pagati.
La biologa che in un laboratorio privato fa analisi di routine a 1.150 euro per 40 ore, mentre i suoi colleghi a Lione lavorano su ricerca clinica.
Il laureato in informatica che il Comune prende con lo stage Garanzia Giovani a 500 euro per “digitalizzare l’archivio”.
Hanno competenze, ma il mercato locale le compra al discount.
Banca d’Italia 2024 dice che il 42% dei laureati meridionali occupati al Sud svolge mansioni per cui basterebbe il diploma. È il fenomeno della sovraistruzione sprecata. A Catania il 38% dei laureati occupati è inquadrato come impiegato esecutivo o tecnico intermedio, contro il 24% di Milano. Il loro disagio è la frustrazione cronica. Hanno completato il percorso: scuola, università, master. L’illusione era “studia che trovi lavoro”. Il lavoro c’è, ma è povero. Da qui nasce l’alternativa: “In Sicilia o emigri o ti vendi per poco”. E intanto tutto è rinviato: casa, figli, autonomia dalla famiglia.
Storia-tipo: Giulia, 28 anni, Palermo. Laurea magistrale in biotecnologie, 110 e lode. Dottorato sfumato per mancanza di borse. Lavora in un laboratorio analisi privato: stipendio 1.200 euro, turni anche sabato. Il suo compagno, ingegnere, è a Milano. Lei resta per la madre malata. “Ho studiato sequenziamento genomico. Qui faccio emocromi. Se mia madre non ci fosse, sarei già partita”. Ha mandato 40 curriculum al Nord negli ultimi 6 mesi.
2.3 I NEET e i dispersi: i numeri della resa
I NEET, acronimo di Not in Education, Employment or Training, sono i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso di formazione, tirocinio o servizio civile. La realtà in Sicilia è dura. Istat 2024 conta il 27,1% di NEET, più di uno su quattro, circa 183 mila ragazzi e ragazze. La media nazionale è 16,1%, in Emilia-Romagna si scende al 10,8%.
Il dato esplode nelle periferie e nei paesi
A Palermo i NEET sono il 28,9%, ma allo ZEN superano il 41%; a Catania siamo al 29,3%, con picchi del 44% a Librino e del 38% a San Cristoforo.; Gela segna 33,7%, Vittoria 30,1%, Caltanissetta 31,5%. Nei centri interni la situazione peggiora, 36,2% a Niscemi, 34,1% a Bronte, 38,9% a Mussomeli. A Belpasso, su circa 4.900 giovani tra 15 e 29 anni, la stima è tra 1.435 e 1.550 ragazzi fuori da ogni percorso.
Sono numeri che fotografano una resa.
Perché succede: dispersione e povertà educativa
La dispersione scolastica in Sicilia è al 19,2% contro il 10,5% nazionale, dati MIUR 2023.
Nella provincia di Enna si arriva al 24,1%: uno studente su cinque non finisce le superiori.
A Catania Librino, su 100 iscritti in prima media solo 58 arrivano al diploma, gli altri si perdono tra bocciature, assenze e lavoro nero.
Per questi ragazzi un PLC Siemens (il computer industriale che gestisce macchinari e processi produttivi) è un oggetto alieno. L’orizzonte reale è il lavoro nero nei campi a 3-4 euro l’ora nel ragusano, dati FLAI-CGIL 2024. Oppure il rider a partita IVA per 600 euro al mese. O il piccolo spaccio: nell’operazione “Piazza Pulita” 2023 la DDA di Catania ha arrestato 14 pusher con età media di 19 anni, tutti senza diploma, 9 su 14 residenti tra Librino e San Cristoforo.
Un circuito che si autoalimenta.
La povertà educativa diventa povertà economica in una generazione. Genitori che non hanno finito le medie, case senza libri, quartieri senza palestre né biblioteche. Gli ITS non intercettano questi ragazzi perché escono dal radar a 16 anni. Garanzia Giovani li sfiora appena, nel 2023 solo il 18% dei NEET siciliani presi in carico ha concluso un percorso. Gli altri si perdono, il divario cresce e la sfiducia diventa identità.
Storia – tipo: Totò ha 20 anni e vive a Catania Ha lasciato la scuola a 16, in seconda superiore. Il padre è manovale a chiamata, la madre badante in nero. Ha provato Garanzia Giovani: corso da “operatore informatico”, 200 ore, 300 euro totali di indennità. Ha mollato dopo un mese: “Mi servivano soldi veri”. Oggi fa il rider sei ore al giorno per 700 euro al mese, quando va bene. A volte “fa da palo” per 20 euro a sera. “L’ITS? Non so neanche cos’è. Qui se non ti arrangi, muori”, dice.
2.4 I lavoratori poveri
È la Sicilia che tiene aperta la saracinesca, ma non arriva a fine mese. Secondo i dati Istat, nel Mezzogiorno il 14,9% degli occupati è in povertà lavorativa, cioè guadagna meno del 60% del reddito mediano. In Sicilia sono circa 220 mila persone, e quasi metà ha meno di 35 anni.
Chi sono?
Il commesso del centro commerciale a 5,50 euro l’ora part-time involontario, 700 euro al mese se va bene.
Il bracciante che fa 101 giornate INPS per avere la disoccupazione agricola, il resto in nero, nel triangolo Vittoria-Niscemi-Acate il salario medio rilevato dall’Ispettorato del Lavoro 2023 è 38 euro al giorno per 10 ore.
Il cameriere stagionale nei villaggi turistici: 1.200 euro da maggio a ottobre, poi NASpI fino ad aprile.
L’operaio in una piccola azienda metalmeccanica che sopravvive solo grazie alla decontribuzione Sud: 1.300 euro lordi, 1.050 netti.
Magari hanno un diploma professionale, ma il tessuto produttivo li inchioda a mansioni a basso valore aggiunto perché l’azienda non innova.
Gli effetti si fanno sentire sulla demografia. In Sicilia l’età media al primo figlio è salita a 32,8 anni, la più alta del Sud. Il 68% degli under 35 vive ancora in famiglia. Non per scelta. Il mutuo è un miraggio con 1.000 euro al mese e contratti fragili. Solo il 9% degli under 35 siciliani ha acceso un mutuo, contro il 21% del Nord-Est. Il loro disagio è l’assenza di futuro percepito. Faticano oggi e non vedono perché domani dovrebbe cambiare. Quando sentono parlare di “transizione 4.0” pensano che non li riguarda. E finora, nei fatti, non li ha riguardati.
Storia-tipo: Alessio, 32 anni, Vittoria. Diploma di perito agrario. Lavora in una serra: 1.100 euro al mese per 9 ore al giorno, sei giorni su sette. D’inverno in cassa integrazione. Vive con i genitori, ha una relazione da 6 anni. “Un figlio? Con cosa lo cresco. La casa? La banca mi ride in faccia. Se l’azienda mettesse i sensori e l’irrigazione automatica che studiai a scuola, servirebbe un tecnico. Così servo solo io ad aprire l’acqua a mano. Ma i sensori costano. E io costo meno”.
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Quattro condizioni diverse, ma un filo le lega: il territorio non offre una prospettiva credibile. Chi ha competenze vende cara la pelle altrove. Chi ha il titolo si adatta al ribasso. Chi non ha nulla si perde. Chi lavora resta povero.
E intanto, negli ultimi anni, è arrivata la quinta Sicilia.
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2.5 I minori stranieri non accompagnatI (MSNA): la quinta Sicilia.
Nel 2025 la Sicilia ha accolto oltre 9.000 Minori Stranieri Non Accompagnati, il 45% del totale nazionale, età media 17 anni, provenienti soprattutto da Egitto, Tunisia, Gambia, Bangladesh e Costa d’Avorio. Dopo lo sbarco entrano in CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) e comunità SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione), ma a 18 anni escono con 60 giorni per convertire il permesso, spesso senza conoscenza della lingua, titolo o lavoro, diventando così vulnerabili al reclutamento criminale; intanto il degrado delle periferie alimenta la percezione di insicurezza trasformando il MSNA nel capro espiatorio di fallimenti strutturali. Per contro, la Sicilia perde 16.800 under 35 l’anno e mancano 4.200 operai. Integrare questi ragazzi con prosieguo amministrativo fino a 21 anni, sistema duale, apprendistato e progetti SAI costerebbe 38.000 euro in 3 anni a persona, meno della cifra occorrente per gestire marginalità e devianza, ma produrrebbe lavoratori e PIL invece di manodopera per lo spaccio. Come nota la DDA di Palermo, “la manodopera criminale straniera è l’effetto, non la causa, del vuoto di politiche”, e senza investimenti su quartieri, documenti e formazione, l’opportunità rappresentata dai MSNA si trasforma in carburante per rabbia e propaganda razzista.
3. Sicilia produttiva: un ritardo strutturale che frena l’innovazione
La Sicilia produttiva resta indietro, e i dati lo mostrano senza attenuanti.
Digitalizzazione e R&S: il divario con il Nord
Secondo Istat 2024, l’indice di digitalizzazione delle PMI siciliane è di 19,4 punti inferiore alla media del Centro-Nord. Solo il 12,3% delle imprese con meno di 50 addetti ha introdotto almeno una tecnologia 4.0, mentre in Lombardia la quota sale al 34,1%. Anche la spesa privata in ricerca e sviluppo è debole: Eurostat 2023 la attesta allo 0,48% del PIL regionale, pari a 820 milioni su 170 miliardi totali. Il confronto con Lombardia all’1,52% ed Emilia-Romagna all’1,78% evidenzia quanto pesi il gap di investimenti.
Imprese piccole, patrimoni fragili
La struttura produttiva è frammentata. Il 94,2% delle imprese siciliane ha meno di 10 addetti. Nelle società di capitali sotto i 50 addetti, il patrimonio netto medio è di 431 mila euro. Con bilanci così ridotti, un centro di lavoro 4.0 da 400 mila euro non è un investimento sostenibile ma un azzardo: se la domanda non c’è, si rischia la chiusura. E spesso la domanda manca proprio perché non esiste un ecosistema industriale di supporto.
I costi che bloccano la crescita
Il primo ostacolo è l’energia. Una PMI manifatturiera siciliana paga l’elettricità il 38,2% in più rispetto a una bavarese e il 41% in più rispetto a una catalana. La logistica non è favorevole, l’autostrada A19 Palermo-Catania è un cantiere quasi permanente dal 2015 e, secondo Anas, i tempi di percorrenza sono aumentati del 27%. I porti di Augusta e Palermo soffrono l’assenza di retroporti industriali. Confindustria Sicilia stima che il 68% delle merci sbarcate riparta su gomma verso il Nord senza subire lavorazioni in loco. La connettività è un altro freno: Infratel 2024 indica che solo il 61% delle aree ASI siciliane è raggiunto da FTTH, contro il 93% del Veneto.
Incentivi pubblici tra necessità e sprechi
In un contesto così, il sostegno pubblico è vitale. Eppure una quota significativa viene dispersa. La Guardia di Finanza, nel Rapporto 2024, ha accertato 2,1 miliardi di contributi per investimenti produttivi percepiti indebitamente in Italia. Il Mezzogiorno incide per il 58%, circa 1,2 miliardi solo nel 2024. La Corte dei Conti, Sezione Sicilia, ha esaminato 412 progetti FESR nel 2023: il 41% presentava irregolarità gravi, con revoche per 186 milioni. Tra gli schemi più comuni c’è il leaseback: si vendono i capannoni per fare cassa, si riaffittano e si dichiara di investire. L’inchiesta “Easy Money” della Procura di Palermo ha portato a 14 misure cautelari per 46 milioni incassati su macchinari 4.0 mai consegnati o sovrafatturati del 300%.
Non solo frodi: la paura di investire
Il problema non è solo dolo. È anche timore. Secondo Cerved 2024, il 63% delle PMI siciliane considera l’investimento tecnologico “a rischio alto” per assenza di domanda. Se formi un tecnico in un ITS ma in reparto c’è ancora un Fanuc del 1998, quel ragazzo in sei mesi è in Germania. Se assumi un MSNA ma non arrivano commesse, in tre mesi sei costretto a lasciarlo a casa.
Senza reti, energia a costi competitivi, logistica efficiente e un mercato ricettivo, anche l’imprenditore onesto fatica a rischiare. Il risultato è un territorio che resta analogico mentre i giovani sono già digitali.
4. Cosa succede quando chi può se ne va e chi resta non conta
Quando i giovani formati partono e chi rimane fatica a incidere, il territorio entra in un circolo vizioso. Gli effetti sono tre, e si alimentano a vicenda.
4.1 L’emorragia selettiva di capitale umano
Il primo effetto è la fuga dei più qualificati. Tra il 2002 e il 2024 il Sud ha perso 1.123.000 residenti, secondo Svimez 2024. Di questi, 804.600 avevano tra 18 e 34 anni: è come se fosse sparita una Palermo composta solo da giovani. In Sicilia il quadro è ancora più netto. I dati Fondazione Res su base Istat mostrano che il 62,3% di chi emigra ha una laurea o un diploma ITS. Dal 2015 al 2023 sono partiti 94.200 laureati siciliani e ne sono rientrati solo 11.400. Il saldo è di -82.800 competenze perse.
4.2 Lo spopolamento e la chiusura dei servizi
Il secondo effetto è lo svuotamento dei paesi. Il Censimento Istat 2024 rileva che 132 comuni siciliani su 391 hanno perso oltre il 15% della popolazione in 15 anni. Parliamo di aree dei Nebrodi, Madonie, ennese, nisseno e calatino. L’indice di vecchiaia è eloquente: 412 a Bompietro, 387 a Sperlinga, 356 a Cerami. Significa più di 4 anziani per ogni giovane. Con meno abitanti, chiudono i servizi. Dal 2015 il MIUR ha tagliato 214 plessi scolastici in Sicilia. Poste Italiane ha chiuso 89 uffici nei comuni sotto i 5.000 abitanti. Dal 2020 le ASP hanno eliminato 31 presidi di guardia medica. Meno servizi spingono altre persone ad andarsene. Il cerchio si chiude.
4.3 Lavoro povero e competizione al ribasso
Il terzo effetto riguarda il mercato del lavoro. L’Osservatorio INPS 2024 indica che la retribuzione media annua lorda di un operaio al Sud è 21.480 euro, contro i 27.920 euro del Centro-Nord: una differenza del 23,1%. Ma il problema è anche qualitativo. L’Ispettorato del Lavoro 2023 segnala che in Sicilia il 28,4% dei contratti attivati per under 35 è part-time involontario, mentre al Nord-Ovest è il 15,1%. La Decontribuzione Sud ha coperto 412 mila rapporti di lavoro in Sicilia nel 2023, per 1,9 miliardi. È uno strumento che tampona, ma rischia di drogare il mercato. Confindustria Catania stima che il 19% delle imprese manifatturiere dell’area non sopravvivrebbe senza sgravi. Se il costo del lavoro è artificialmente basso grazie allo Stato, l’incentivo a innovare crolla. Perché investire in tecnologia quando il lavoro resta a basso costo?
4.4 Il vuoto che riempie la criminalità
In questo vuoto si inserisce la criminalità organizzata. La DIA, nella Relazione II semestre 2023, definisce Librino e San Berillo a Catania, ZEN e Ballarò a Palermo “bacini di reclutamento per la manovalanza mafiosa”. Non si tratta solo di droga, ma anche di caporalato, estorsioni e logistica per l’economia illegale. Per un MSNA che esce da una comunità a 18 anni le strade sono spesso tre: andare al Nord, finire nel lavoro nero nei campi o essere arruolato. La Prefettura di Agrigento nel 2024 rileva che il 40% dei minori denunciati per spaccio era uscito da una comunità nei sei mesi precedenti. A Catania, la Questura nel 2023 ha registrato 68 arresti per spaccio di MSNA neomaggiorenni: 41 operavano tra Librino e San Berillo.
Quando il capitale umano legale emigra, quello illegale prende il suo posto. E il conto per lo Stato arriva dopo: un detenuto costa 137 euro al giorno, circa 50 mila euro l’anno. Un apprendistato ne costa 15 mila.
5. Un patto che tenga insieme merito, riscatto e integrazione. Contro due freni: impresa furba e politica parassita
Se il problema è strutturale, la risposta non può essere solo “più Industria 4.0”. Serve un contratto che unisca rischio d’impresa, lavoro dignitoso, spazio ai giovani e inclusione reale. Ma vanno chiamati per nome i due ostacoli che tengono indietro la Sicilia.
5.1 Il primo freno: l’impresa che usa i fondi pubblici come bancomat
Una parte del mondo imprenditoriale ha trasformato i contributi in rendita. Se la Guardia di Finanza, nel 2024, ha accertato al Sud: 1,2 miliardi percepiti indebitamente; la Corte dei Conti, Sezione Sicilia 2023, ha revocato186 milioni per i progetti FESR; se l’impresa ricorre al leaseback per fare cassa al posto degli investimenti; se a Palermo sono stati incassati 46 milioni per impianti 4.0 mai arrivati; il ritardo non è tecnico, è etico: si preferisce il margine garantito dal contributo al rischio di competere sul mercato.
5.2 Il secondo freno: la politica che gestisce consenso, non sviluppo
L’impresa furba esiste perché la politica glielo consente. Sulla programmazione FESR 2014-2020 la Sicilia ha speso solo il 68% delle risorse a nove anni dall’avvio, secondo Opencoesione 2024. Puglia 89%, Emilia-Romagna 97%. Bandi in ritardo, istruttorie di 18 mesi, graduatorie impugnate: l’imprenditore serio rinuncia, il furbo incassa l’anticipo e sparisce.
La gestione clientelare è documentata. Tra 2015 e 2021 la formazione professionale ha assorbito 1,4 miliardi con un ridicolo tasso di occupazione post-corso del 9,2%, dati Corte dei Conti 2022. Enti ripianati in perdita, assunzioni mirate, corsi inutili. Nelle ASI siciliane lavorano 1.200 dipendenti in 11 consorzi, ma il 61% delle aree è senza banda ultralarga e il 43% senza depuratori a norma. I CdA sono al completo, la programmazione no.
6. Chiudere la frattura, non solo la fabbrica. Basta alibi del “non si può”
Oggi formiamo profili ad alta specializzazione: programmatori CNC, tecnici di manutenzione predittiva, esperti di robotica, analisti per l’agricoltura 4.0, ingegneri dell’idrogeno, biotecnologi, progettisti di agrivoltaico, specialisti di cybersecurity, tecnici per la microelettronica, operatori di droni, sviluppatori AI.
Ma servono anche elettricisti, idraulici, saldatori, carpentieri, operatori agricoli, magazzinieri per la logistica 4.0. Excelsior 2024 segnala che in Sicilia mancano 4.200 tecnici intermedi e operai specializzati, mentre contiamo 183 mila NEET e 5.842 MSNA. Lo squilibrio è inaccettabile, ed è figlio di imprese che non investono e di una politica che non programma.
Per troppo tempo la politica siciliana ha gestito l’esistente: sussidi a pioggia, corsi inutili, enti e consorzi pieni di debiti. Ha distribuito consenso con risorse pubbliche invece di creare sviluppo. Mentre i giovani partivano e le piazze di spaccio si riempivano, si alimentava un sistema parassitario che vive del problema anziché risolverlo. Un giovane oggi ha davvero tre scelte: andarsene, rassegnarsi o delinquere. Sono le uniche strade che il sistema gli lascia, perché chi doveva aprirne altre era impegnato a “sistemare” assessori e parenti.
La domanda non è “quando le imprese saranno pronte”. Le domande sono: quando decideremo che un ragazzo nato in Sicilia, o arrivato con un barcone, non debba più scegliere tra fuga, rassegnazione o illegalità? Quando chi prende soldi pubblici, imprenditore o politico, dovrà rendicontare ogni sei mesi davanti a un comitato con dentro anche i lavoratori?
Senza questa svolta continueremo a esportare cervelli, abbandonare persone, fornire manodopera alla malavita e bruciare 1,2 miliardi l’anno in truffe certificate dalla Corte dei Conti.
Sole, vento e posizione geografica non bastano. Servono scelte che includano tutti i giovani che abbiamo oggi e regole che mettano fuori gioco chi ha vissuto di rendita: l’impresa furba e la politica complice. Altrimenti parleremo di sviluppo mentre alimentiamo le piazze di spaccio fotografate ogni sei mesi dalla DIA e finanziamo il sottopotere che ci ha portati fin qui.
