Campo Largo: perché le Primarie di Coalizione conviene evitarle
Le primarie aperte nel PD hanno avuto senso. Nel 2023 c’erano un partito, uno statuto e un albo degli elettori. Schlein ha rimontato Bonaccini, 587 mila voti contro 505 mila. Era un meccanismo interno al partito, con regole conosciute, e ha funzionato.
Portare lo stesso meccanismo dentro una coalizione che oggi coalizione non è ancora significa fare un’altra cosa. Significa chiedere agli elettori di scegliere un leader prima ancora di sapere con precisione quali saranno il programma, il perimetro dell’alleanza e le regole con cui si presenterà alle elezioni del 2027.
Oggi il campo largo non è ancora una coalizione
La legge elettorale vigente è il Rosatellum. Se si votasse domani, sarebbe quella la legge con cui misurarsi: premia chi riesce a presentarsi unito e rende costose le divisioni nei collegi uninominali. Il 2022 lo ha mostrato.
In Parlamento si discute intanto di una possibile riforma. L’ipotesi circolata prevede un premio e un eventuale ballottaggio: se nessuno supera il 48% e almeno due coalizioni arrivano al 38%, si andrebbe al secondo turno. Ma resta un’ipotesi, non una legge approvata. Anche Fratelli d’Italia ha detto che la sosterrebbe solo con l’accordo degli alleati.
Per questo bisogna ragionare sui due scenari, senza trasformare una possibilità in una certezza.
Con il Rosatellum, presentarsi divisi significa rischiare di perdere collegi. Con un sistema fondato sul ballottaggio, invece, diventerebbe decisivo allargare il consenso, soprattutto verso il centro e l’elettorato moderato, per arrivare al 48% al primo turno o vincere al secondo.
Il problema è che oggi il perimetro non è definito.
Il campo ristretto vale circa il 40,6%: PD 20,7%, M5S 12,7%, AVS 6,7%. Con Italia Viva al 2,5% e +Europa all’1,8% si arriverebbe intorno al 45%. Azione, al 3,2%, resta invece un’ipotesi potenziale: oggi ha fatto sapere di non voler entrare in questo perimetro. Con Azione si supererebbe il 48%.
Ma mettere insieme questi numeri non significa automaticamente mettere insieme una coalizione.
Le differenze politiche sono notevoli. Il PD si muove tra riformismo di governo, lavoro, impresa, welfare ed Europa. Il M5S mantiene una natura populista e interclassista, con posizioni che continuano a creare ambiguità su NATO e Ucraina. AVS rappresenta una sinistra più radicale, ambientalista e legata ai diritti. Italia Viva si colloca su un terreno liberal-riformista, europeista e garantista. +Europa ha una cultura liberale e radicale, con una forte impostazione europeista. Azione, se mai entrasse nel campo, porterebbe una cultura riformista e di impronta draghiana.
Non c’è ancora un programma comune. Non c’è una regola condivisa sulla leadership. E non c’è nemmeno un accordo definitivo sul perimetro.
Conte, del resto, sostiene che il perimetro verrà dopo.
Ed è proprio questo il punto: senza un accordo politico precedente, le primarie rischiano di diventare il luogo in cui si decide non soltanto chi deve guidare la coalizione, ma quale coalizione dovrà esistere.
Il rischio è di avere due sconfitti
Nel PD circola una formula efficace: il rischio è avere due sconfitti, uno ai gazebo e uno alle elezioni.
È un rischio reale. Se vincesse Conte, una parte del PD più moderato potrebbe non riconoscersi nella candidatura. Se vincesse Schlein, una parte dell’elettorato M5S, soprattutto nel Mezzogiorno, potrebbe non seguirla.
La domanda, prima ancora del voto, sarebbe quindi questa: chi perde accetterà davvero il risultato?
La storia recente del M5S non offre molte garanzie di stabilità delle alleanze. Nel giro di pochi anni si è passati dall’accordo con la Lega nel 2018 a quello con il PD nel 2019, quindi al governo Draghi nel 2021 e infine alla crisi del governo Draghi nel 2022, prima della vittoria di Meloni.
Non è detto che una sconfitta alle primarie produca lo stesso effetto. Ma il rischio politico esiste: il vincitore avrebbe la legittimazione dei gazebo, mentre il perdente potrebbe conservare un peso parlamentare sufficiente per condizionare la coalizione.
Se vincesse Conte, il problema sarebbe il rapporto con il centro. Se vincesse Schlein, il problema potrebbe essere la tenuta del M5S e, più in generale, quella di un’alleanza che dovrebbe parlare anche a un elettorato moderato.
In entrambi i casi, le primarie potrebbero lasciare sul terreno un vincitore forte e una parte della coalizione indebolita.
Non è esattamente il punto di partenza ideale per affrontare una campagna elettorale.
A destra l’unità è più probabile
C’è poi un altro elemento da considerare.
Vannacci viene indicato intorno al 7,5%, sopra Forza Italia e Lega. Nel quadro del centrodestra, una percentuale di questo livello può diventare decisiva. Da solo potrebbe sottrarre voti alla destra; dentro il centrodestra potrebbe invece contribuire a garantirne la maggioranza.
Vannacci lo dice apertamente: chi pensa di escluderlo al primo turno per poi recuperare i suoi voti al secondo, secondo lui, sbaglia.
Anche qui il ragionamento dipende dalla legge elettorale.
Con il Rosatellum, una destra divisa rischia di perdere collegi. Con l’ipotesi di ballottaggio, invece, il suo 7,5% potrebbe essere determinante per avvicinarsi al 48% o superarlo al secondo turno.
Per questo l’accordo tra il centrodestra e Vannacci appare oggi più probabile di una sua esclusione definitiva. È una dinamica che si è vista anche in altri sistemi politici europei: quando un soggetto radicale ha un peso elettorale sufficiente, le forze di governo tendono a cercare un’intesa piuttosto che consegnargli un ruolo decisivo da solo.
Se a destra si lavora per ridurre le divisioni, il centrosinistra dovrebbe chiedersi se sia davvero conveniente aprire per mesi una competizione interna sulla leadership.
Non sarebbe una normale alternanza
C’è infine una ragione politica più generale.
Il referendum sulla giustizia del marzo 2026, concluso con la vittoria del No al 53,2%, ha segnato una linea di frattura. Una parte del Paese considera la permanenza della destra al governo qualcosa di più di una normale alternanza politica.
Le critiche rivolte al progetto di riforma istituzionale e alla figura di Vannacci da personalità come Monti, Segre e Cassese vanno lette dentro questo clima.
Monti, a Cernobbio, ha parlato di violazioni della Costituzione riferendosi a Vannacci. Segre ha espresso preoccupazioni sul premierato e sulla concentrazione del potere nell’esecutivo. Cassese ha evocato il rischio di una deriva bonapartista.
Si può naturalmente dissentire da queste letture. Ma sarebbe difficile sostenere che il tema non esista.
Se una parte significativa del centrosinistra considera in gioco l’equilibrio costituzionale del Paese, allora la scelta di affrontare la sfida attraverso una lunga competizione interna tra partiti rischia di apparire contraddittoria.
Prima ancora di chiedersi chi debba guidare il campo, bisognerebbe capire come tenerlo insieme.
Prima il programma, poi il nome
Per queste ragioni, eviterei oggi primarie aperte di coalizione.
Le primarie possono continuare ad avere una funzione dentro i partiti, dove esistono regole, iscritti, procedure e una comunità politica riconoscibile. Una coalizione, invece, dovrebbe prima costruire un accordo politico e soltanto dopo scegliere chi può rappresentarlo.
La sequenza dovrebbe essere molto semplice.
Primo: un programma minimo. Lavoro, sanità, difesa della Costituzione, Europa. E alcune garanzie chiare sul terreno europeista e garantista, indispensabili per tenere dentro anche Italia Viva e +Europa.
Secondo: definire il perimetro. Bisogna prendere atto che l’intesa tra il centrodestra e Vannacci è probabile in entrambi gli scenari, sia con il Rosatellum vigente e sia che venisse approvata una legge elettorale con l’ipotesi di ballottaggio.
Terzo: scegliere una candidatura di garanzia. Non necessariamente il leader del partito più grande, ma una figura capace di parlare a culture politiche diverse: riformisti, sinistra, moderati e liberali. I nomi possono essere quelli di Bonaccini, Bersani, Cottarelli o Salis, ciascuno con caratteristiche molto diverse. L’importante sarebbe individuare una candidatura condivisa, costituzionale ed europeista, capace anche di lasciare aperto un dialogo con Azione qualora diventasse decisivo allargare il campo in vista del ballottaggio.
Con le primarie, il rischio è di arrivare divisi a qualunque appuntamento elettorale: divisi se resta il Rosatellum, perché ogni frattura può costare collegi; divisi se passa il sistema con ballottaggio, perché la competizione interna può rendere più difficile raggiungere quel 48% necessario per vincere.
Con una candidatura di garanzia, invece, il campo largo allargato potrebbe collocarsi intorno al 45% e giocarsi la partita nel caso in cui la riforma con ballottaggio diventasse legge, oppure cercare di massimizzare i collegi se rimanesse in vigore il Rosatellum.
Il punto, alla fine, è semplice.
Non è il momento di contarsi. È il momento di costruire un campo che riesca a stare insieme, da AVS a +Europa, e che abbia come primo obiettivo la difesa della Costituzione.
