L’EQUILIBRIO DEL TERRORE
Dalla guerra tra eserciti al genocidio economico, dall’equilibrio del terrore alle guerre di oggi
1. Dalla guerra tra eserciti allo sterminio dei civili
La storia umana è una guerra infinita. Calda, fredda. Per millenni si sono affrontati eserciti contro eserciti, ma a un certo punto qualcosa si è rotto, abbiamo iniziato a cancellare le città. Poi a cancellare i popoli, la chiamano guerra ibrida. Abbiamo inventato una parola che da sola dovrebbe farci vergognare per sempre: genocidio.
Perché lo facciamo? Per Dio? Per la patria? Quasi mai. Il motore è sempre economico: petrolio, gas, corridoi commerciali, potere. Solo che se dicessimo ad alta voce “stiamo massacrando bambini per un gasdotto”, non potremmo guardarci allo specchio. Allora ci inventiamo un alibi nobile: missione civilizzatrice, difesa della fede, esportazione della democrazia.
Non esiste un buon motivo per fare la guerra. Esistono solo buoni motivi per camuffarla.
La cesura è la Seconda Guerra Mondiale. A Yalta, nel febbraio 1945, mentre si disegna la pace, c’è un ospite non invitato: la minaccia della bomba atomica. Il 6 agosto 1945 gli USA sganciano “Little Boy” su Hiroshima (140.000 morti), il 9 agosto su Nagasaki (70.000 morti). La Germania si è arresa a maggio, il Giappone è in ginocchio. Militarmente sembra un atto inutile.
Perché allora? Perché è un messaggio a Mosca. È l’America che dice “posso cancellarti in un secondo”. È l’inizio della supremazia atomica. Supremazia che dura quattro anni perché il 29 agosto 1949 anche l’URSS fa esplodere la sua prima bomba a Semipalatinsk. Torna la parità.
Dalla parità nasce la follia più razionale mai concepita: la deterrenza. Io ti colpisco in 15 minuti, tu mi rispondi in 7. Se spari tu, muori anche tu. Si chiama MAD, Mutua Distruzione Assicurata. Non è pace. È un suicidio tenuto in equilibrio per ottant’anni.
2. Abbiamo già schivato la fine del mondo. Tre volte.
Dopo il 1945 il mondo si spacca in due blocchi minoritari ma dominanti: NATO e Patto di Varsavia. Non si sparano addosso, si puntano le pistole alla tempia. È la Guerra Fredda.
Ottobre 1962. Cuba. Tutti ricordano la versione hollywoodiana: i cattivi russi vogliono installare i missili a 90 miglia dalla Florida.
Manca l’inizio del racconto. Nel 1959 gli americani avevano già messo i missili nucleari Jupiter a Gioia del Colle, in Puglia, e in Turchia. Da lì potevano colpire Mosca in 10 minuti. Chruščëv non aveva tempo di reazione. Per reazione alla minaccia, fa la stessa cosa a Cuba, accordandosi con Castro nel luglio 1962.
Il mondo resta col fiato sospeso per 13 giorni. Come finisce? Non con una vittoria, ma con un baratto. I russi ritirano i missili da Cuba, gli americani ritirano i Jupiter dall’Italia e dalla Turchia e promettono di non invadere l’isola. I Jupiter vengono smantellati in silenzio tra aprile e luglio del 1963. Siamo vivi perché qualcuno ha trattato, non perché qualcuno ha vinto.

Poi ci sono le volte in cui ci ha salvato un uomo solo. Il 26 settembre 1983 il tenente colonnello Stanislav Petrov vede sui radar 5 missili americani in arrivo. Il protocollo dice: lancia tutto. Lui pensa che cinque sono troppo pochi, è un errore. Non obbedisce. Era il riflesso del sole sulle nuvole. Senza Petrov, non saremmo qui.
Altri falsi allarmi nel 1979 e nel 1980 al NORAD americano (Colorado) per un chip difettoso da 46 centesimi. L’arma nucleare segna tutto il nostro dopoguerra.

Eppure abbiamo avuto il coraggio di smontarla. I SALT I (1972) e SALT II (1979) congelano gli arsenali. La svolta è l’8 dicembre 1987: Reagan e Gorbaciov firmano a Washington il Trattato INF. Per la prima volta non si limita la proliferazione delle armi nucleari, si distruggono 2.692 missili tra 500 e 5.500 km, SS-20 sovietici e Pershing II americani, vengono eliminati fisicamente. L’accordo era nato a Reykjavík nell’ottobre 1986.
Era l’inizio della fine delle armi nucleari in Europa.
Poi abbiamo buttato tutto. Nel 2002 gli USA, con George W. Bush presidente gli USA escono dal trattato ABM; con presidente Donald Trump, gli USA nel 2019 escono dall’INF e nel 2020 dai Cieli Aperti / Open Skies. Il New START è scaduto nel febbraio 2026 e non è stato rinnovato, né sostituito. Siamo tornati a produrre testate nucleari. Come se non ne bastasse solo una.
3. Le guerre di oggi: Ucraina, Iran e le 70 bombe sotto casa nostra
Le guerre di oggi parlano la stessa lingua di sempre.
L’Ucraina e la trappola del cuscinetto
Il 26 dicembre 1991 l’URSS si dissolve. L’Ucraina eredita il terzo arsenale nucleare del mondo: 1.900 testate. Nel 1994, con il Memorandum di Budapest, l’Ucraina fa una scelta straordinaria consegnando tutte le testate nucleari alla Russia e diventa Stato non nucleare. In cambio USA, Regno Unito e Russia si impegnano a rispettarne i confini.
L’Ucraina sceglie di essere un cuscinetto, un ponte denuclearizzato tra l’UE e la Russia. Poi il ponte crolla. Dal vertice NATO di Bucarest 2008 e dopo il 2014, Kiev chiede di entrare nella NATO. Per Mosca è “Cuba al contrario” perché un missile NATO a Kharkiv arriverebbe a Mosca in 5 minuti.
Questo non giustifica l’invasione del 24 febbraio 2022, che resta una violazione brutale del diritto internazionale. Ma ne spiega la dinamica. Senza capirla, non se ne esce.
La pace non sarà “vinciamo noi”. Sarà un nuovo “Memorandum Budapest”, cioè neutralità garantita, status denuclearizzato verificato, amministrazione internazionale per i territori contesi con referendum seri e veri diritti per le minoranze. Non basta dire “non faremo mai la bomba”. Dopo quello che è successo, non si fida più nessuno.
Israele, Iran e la guerra per chi comanda sul petrolio
In Medio Oriente il copione è trasparente: guerra economica perfetta travestita da guerra santa.
Va distinto il diritto del popolo ebraico a uno Stato libero e sicuro dal progetto sionista che vuole la Grande Israele dal fiume Giordano al Mediterraneo, cancellando i palestinesi.
Il 7 ottobre 2023 c’è un pogrom di Hamas, un crimine di guerra. Da lì, escalation folle: Gaza rasa al suolo, decine di migliaia di civili uccisi, aiuti umanitari bloccati. In Cisgiordania i coloni avanzano protetti dall’esercito. L’ONU è bloccata dal veto americano.
Poi l’Iran, con la scusa della bomba. Per anni USA e Israele hanno soffiato sul fuoco delle proteste interne iraniane. Come previsto dalla stessa intelligence USA, il regime le ha represse nel sangue.

Il vero obiettivo è strategico: Israele è l’unica potenza nucleare in Medio Oriente. Se anche l’Iran avesse la bomba, quel monopolio finirebbe. E la causa palestinese godrebbe di una sua deterrenza indiretta.
Risultato: chiusura dello stretto di Hormuz, dove passa il 20% del petrolio mondiale. Prima il passaggio era libero. Ora l’Europa è in ginocchio per una crisi energetica, e quindi economica, che ci siamo andati a cercare. A questo punto serve una decisa azione diplomatica europea autonoma, senza chiedere il permesso a Washington.
E l’Italia? Tace. E ospita la bomba.
L’Italia non ha voce. Il governo è più preoccupato di piacere all’amico americano di turno che di difendere la Costituzione, che all’articolo 11 ripudia la guerra.
Dettaglio che pochi conoscono: tra Aviano e Ghedi Torre sono nascoste circa 70-90 bombe nucleari americane “B61”. Le stime prudenti dicono 40, quelle accreditate della Federation of American Scientists dicono 70 (50 ad Aviano, 20-40 a Ghedi). Bombe a caduta libera da meno di un chilotone fino a 340 chilotoni, più di venti volte quella di Hiroshima, pronte a essere caricate sui nostri Tornado e sui nostri F-35. Stanno già rifacendo gli hangar per le nuove “B61-12”.
Se siamo un Paese non nucleare e abbiamo firmato il Trattato di Non Proliferazione, cosa ci fanno 70 bombe atomiche in cantina? Ci rendono un bersaglio, non una potenza.
