Il boomerang energetico italiano. Quando non diversificare l’offerta diventa una crisi di sistema
1. L’anomalia italiana. Il Paese del sole che ha paura del sole
Sulla carta l’Italia dovrebbe essere come la Spagna. Stesso irraggiamento, 1.700-1.900 kWh/mq anno in Sicilia, Puglia, Sardegna. Vento tra i migliori del Mediterraneo. Eppure la Spagna oggi copre oltre il 50% della domanda elettrica con rinnovabili, noi siamo fermi al 37-38% e con una dipendenza dal gas per la produzione elettrica del 45%, contro il 22% della media UE.
Non è un caso. È il risultato di una sequenza di scelte.
Dopo il boom disordinato del Conto Energia (2005-2013), invece di correggere gli errori con regole stabili, l’Italia ha scelto la strada del freno a mano. Spalma-incentivi retroattivi nel 2014 che hanno distrutto la fiducia degli investitori, moratorie regionali, Piani Paesaggistici usati come veti ideologici, iter autorizzativi medi di 5-6 anni per un impianto eolico contro i 18 mesi della Spagna. Siamo arrivati ad avere, a fine 2023, oltre 80 GW di progetti rinnovabili in coda presso il Ministero, bloccati.
Nel frattempo abbiamo smantellato la ricerca, tagli al CNR, all’ENEA, zero investimenti pubblici su batterie a flusso, su accumuli a gravità, su reti intelligenti. Abbiamo lasciato che la filiera del fotovoltaico, che avevamo, migrasse in Cina.
A chi è convenuto questo stallo? A chi possedeva già il parco termoelettrico. Se non entra nuova offerta a costo marginale zero, l’ultima centrale a gas resta indispensabile. E se l’ultima centrale a gas resta indispensabile, è lei a fare il prezzo per tutti, anche per chi produce a 20 euro.
2. La rendita. Il meccanismo che trasforma la scarsità in profitto
Il mercato funziona con il prezzo marginale. Immaginate un’asta in cui servono 40 GW. Entrano prima 10 GW di solare a 10 euro, poi 10 GW di eolico a 15, poi 10 di idro a 30, poi servono altri 10 di gas a 140. Il prezzo per tutti i 40 GW è 140.
Quello scarto tra 10 e 140 è ciò che gli economisti chiamano rendita inframarginale. Non è un’anomalia, è l’esito previsto del meccanismo del prezzo marginale.
Ma se tu tieni artificialmente bassa la quota di solare ed eolico, garantisci che il gas sia sempre l’ultimo a entrare. E garantisci rendite enormi a chi ha impianti già ammortizzati a basso costo, soprattutto idroelettrico da bacino e import di nucleare francese.
Nel 2022, con il gas a 300 euro, quelle rendite sono diventate extra-profitti per 30 miliardi a livello europeo. Soldi usciti dalle bollette di famiglie e imprese per finire a remunerare la scarsità.
3. Hormuz. Quando la scelta industriale diventa rischio nazionale
Oggi la fragilità diventa crisi geopolitica. L’Italia importa oltre il 90% del gas che consuma. Gran parte del GNL, che dovrebbe sostituire il gas russo, passa da Hormuz. Basta un attacco Houthi, una minaccia iraniana, un’assicurazione marittima che raddoppia, e il TTF schizza del 40% in una settimana.
Non è teoria. Ad aprile 2026 abbiamo avuto 3 settimane con PUN medio sopra i 180 euro solo per il rischio Hormuz, mentre in Spagna, con più rinnovabili e meno gas nel mix, il prezzo era a 45 euro.
Questo significa che la nostra competitività industriale è appesa a uno stretto di 33 km a 4.000 km di distanza. Un’acciaieria di Brescia o un pastificio di Catania non chiude perché manca il sole, chiude perché il suo concorrente spagnolo paga l’energia un terzo. Lo stesso per i prodotti agricoli.
È un boomerang. Abbiamo pensato di proteggere il valore degli impianti fossili esistenti non facendo entrare nuova offerta. In realtà abbiamo esposto l’intero equilibrio economico del Paese a uno shock esogeno che non controlliamo.
4. La vera occasione persa. Non solo energia, ma fabbriche, lavoro e tecnologia
Qui c’è il punto che raramente viene detto, e che è forse il più grave dal punto di vista economico.
Scegliere le rinnovabili non significa solo abbassare la bolletta. Significa decidere DOVE si produce il valore. Quando compriamo gas, esportiamo ricchezza: 40-60 miliardi l’anno escono dall’Italia per pagare metano e GNL. Quando installiamo un impianto fotovoltaico o eolico, se la componentistica è fatta qui, quella ricchezza resta.
L’Italia aveva tutto per essere leader. Avevamo la 3Sun di Catania che già nel 2011 produceva pannelli, avevamo Elettronica Santerno che faceva inverter, avevamo Ansaldo che sapeva fare turbine e accumuli, avevamo l’ingegno delle nostre PMI elettromeccaniche, da sempre eccellenza europea.
Abbiamo smantellato quella filiera per inseguire il gas a basso prezzo. Il risultato è che oggi importiamo dalla Cina l’85% dei pannelli e il 70% degli inverter, mentre potremmo produrli qui.
Rilanciare le rinnovabili oggi, in chiave nazionale ed europea, vuol dire rilanciare una politica industriale:
• Pannelli fotovoltaici di nuova generazione (etero-giunzione, perovskite) nella gigafactory di Catania, già in ampliamento a 3 GW ma che potrebbe diventare il polo europeo.
• Inverter, quadri, cablaggi, strutture di sostegno: tutta componentistica ad alto valore aggiunto dove l’ingegno italiano – dalla meccanica di precisione di Brescia al distretto elettronico di Catania – è già competitivo.
• Batterie a flusso, accumuli a gravità, elettrolizzatori per idrogeno verde: tecnologie dove ENEA, Politecnico di Milano e Torino hanno brevetti fermi nei cassetti per mancanza di domanda interna.
• Lavoro qualificato e non delocalizzabile: un parco eolico non lo installi da remoto, un impianto su un capannone di Palermo lo fa un elettricista di Palermo.
Il Net-Zero Industry Act europeo ha messo 300 miliardi sul tavolo proprio per questo: riportare in Europa la produzione di tecnologie pulite. Se l’Italia continua a frenare l’installazione di rinnovabili, non solo paga il gas caro, ma perde anche il treno della nuova manifattura. È un doppio boomerang: paghiamo per importare energia fossile e paghiamo di nuovo per importare la tecnologia pulita che non abbiamo voluto produrre.
5. Cosa servirebbe, e perché non è solo ‘più rinnovabili’
Non basta dire ‘facciamo più fotovoltaico’. Serve cambiare modello.
• Sbloccare l’offerta. Autorizzazioni in 12 mesi con silenzio-assenso, come ha fatto la Germania nel 2023.
• Accumuli e reti. Un GW di solare senza batterie sposta il problema dalle 12:00 alle 19:00. Servono 15 GW di accumuli entro il 2030, oggi ne abbiamo meno di 2.
• Contratti a lungo termine. PPA industriali e CfD a prezzo fisso. Se un’azienda siciliana compra direttamente da un parco eolico siciliano a 60 euro per 10 anni, Hormuz può anche chiudere, il suo prezzo resta 60.
• Filiera nazionale. Riservare una quota degli incentivi a contenuto europeo e italiano, come fa la Francia, e legare i CfD all’uso di componenti prodotte in UE. Così ogni GW installato è anche occupazione e PIL.
Abbiamo scelto di non aumentare l’offerta per tenere alto il prezzo. Ora scopriamo che tenere alto il prezzo non ha protetto nessuno, ha solo reso l’Italia il Paese più vulnerabile d’Europa alla prossima crisi energetica e ha regalato ad altri la fabbrica del futuro.
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Scheda di approfondimento per il lettore
Rendita marginale e inframarginale: come funziona davvero la bolletta
A) Il costo marginale
È quanto ti costa produrre UN kWh in più.
• Fotovoltaico: quasi 0. Il sole è gratis, hai già pagato i pannelli. Costo marginale = 2-5 €/MWh
• Idroelettrico ad acqua fluente: quasi 0
• Centrale a gas: devi comprare gas + pagare CO2. Oggi circa 70-110 €/MWh solo di combustibile. Costo marginale = 100-140 €/MWh
B) Il prezzo marginale
Il mercato mette in fila tutte le offerte dal costo più basso al più alto (merit order) e le accetta finché non copre la domanda. L’ultima accettata è il produttore marginale. Il suo costo diventa il prezzo per TUTTI.
Esempio ore 19:00 febbraio: servono 45.000 MW. Offrono 5.000 MW solare a 5€, 8.000 eolico a 10€, 7.000 idro a 25€, 5.000 import nucleare a 50€, 20.000 gas a 130€. Per arrivare a 45.000 MW devo prendere tutto, compreso gas a 130€. Prezzo = 130€ per tutti.
C) La rendita inframarginale
È il profitto extra di chi ha prodotto a basso costo ma incassa il prezzo alto.
• Solare: incassa 130, costa 5 → rendita 125 €/MWh
• Eolico: 130-10 = 120 €/MWh
• Gas (marginale): 130-130 = 0 di rendita.
In un sistema con tanta offerta rinnovabile, il gas entra poche ore l’anno. Le rendite sono basse e servono a ripagare l’investimento. In un sistema come l’italiano, dove l’offerta rinnovabile è tenuta bassa, il gas entra 7.500 ore su 8.760. Le rendite diventano permanenti.
Perché i CfD cambiano tutto: Il Contratto per Differenza dice al produttore rinnovabile ‘ti do 60€ fissi per 15 anni’. Se il mercato va a 130, tu restituisci 70 che uso per abbassare le bollette. Se va a 30, ti integro. Così la rendita inframarginale torna al sistema.
