Origine della “Questione Meridionale”
Questo articolo propone una breve riflessione sulle origini della Questione meridionale, cercando di andare oltre sia la visione tradizionale del Risorgimento sia quella neoborbonica. Non pretende di ricostruire tutta la storia dell’unificazione italiana, ma di mettere in evidenza alcuni fattori che hanno contribuito alla nascita del divario tra Nord e Sud

Trasferimento della ricchezza, continuità delle élite e costruzione del divario italiano
Il Regno delle Due Sicilie: ricchezza e immobilismo
Da molti decenni il dibattito sull’unificazione italiana è dominato da due narrazioni contrapposte. Da un lato vi è la rappresentazione tradizionale del Risorgimento come processo di liberazione nazionale e di modernizzazione politica; dall’altro si è progressivamente affermata la tesi secondo cui il Regno delle Due Sicilie sarebbe stato vittima di una sistematica spoliazione da parte del nuovo Stato unitario, responsabile anche della successiva marginalizzazione economica del Mezzogiorno.
Come spesso accade nella storia, la realtà si colloca in una posizione intermedia, ma non necessariamente equidistante.
Alla vigilia dell’unificazione, il Regno delle Due Sicilie disponeva di ingenti disponibilità finanziarie (circa 440 mln lire-oro), di una capitale tra le più popolose d’Europa, di una discreta capacità manifatturiera e di alcuni poli industriali di rilievo. Tuttavia la sua struttura economica e sociale rimaneva profondamente diversa da quella delle aree europee più avanzate.
La ricchezza esisteva, ma era fortemente concentrata. La grande proprietà fondiaria dominava ampie porzioni del territorio; aristocrazia, clero e notabilato locale controllavano la maggior parte delle risorse economiche e delle leve del potere. Per contro, la grande massa della popolazione era composta da contadini, mezzadri, braccianti e lavoratori privi di reali possibilità di ascesa sociale.
Il principale limite del Regno non era quindi la mancanza di ricchezza, bensì la sua scarsa capacità di trasformarsi in sviluppo diffuso.
Una parte significativa del patrimonio disponibile rimaneva infatti immobilizzata nelle rendite agrarie e nei depositi custoditi presso il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Le ingenti riserve di oro e argento (depositi privati, tesoro del Re, copertura monetaria), spesso citate come prova della prosperità borbonica, rappresentavano certamente una ricchezza reale, ma anche il segno di un sistema economico che faticava a convertire il capitale accumulato in investimenti produttivi e innovazione.
Il Regno delle Due Sicilie appariva dunque come uno Stato ricco sotto il profilo patrimoniale, ma arretrato nella propria organizzazione economica e sociale, quasi semi-feudale.
L’Unità d’Italia e il trasferimento delle risorse
L’unificazione modificò profondamente questo equilibrio.
Con il controllo dei principali istituti finanziari meridionali e con la costruzione di un sistema creditizio nazionale più moderno, il nuovo Stato acquisì la possibilità di mobilitare risorse che fino ad allora erano rimaste in larga misura immobilizzate.
L’integrazione dei mercati, la centralizzazione amministrativa e l’unificazione del sistema bancario consentirono di impiegare tali risorse su scala nazionale. Una quota rilevante di esse contribuì a finanziare infrastrutture, attività produttive e processi di industrializzazione localizzati prevalentemente nelle regioni centro-settentrionali, dove esistevano già condizioni economiche più favorevoli allo sviluppo capitalistico.
Da questo punto di vista, parlare di un trasferimento di ricchezza dal Mezzogiorno verso il nuovo sistema nazionale non appare privo di fondamento.
Tuttavia occorre evitare un equivoco fondamentale. Le ricchezze coinvolte in questo processo non appartenevano alle masse popolari meridionali. Appartenevano esclusivamente ai grandi proprietari, ai notabili e alle istituzioni che avevano accumulato patrimoni nel corso dei secoli precedenti.
I contadini non furono privati di grandi ricchezze che non possedevano. Essi continuarono piuttosto a rimanere esclusi dai benefici della crescita economica, esattamente come erano rimasti esclusi durante il periodo borbonico.
La vera trasformazione riguardò quindi la destinazione della ricchezza e il controllo delle leve economiche, più che il benessere immediato delle classi popolari.

La convergenza delle élite
La narrazione di un conflitto permanente tra Nord e Sud rischia però di nascondere un fenomeno altrettanto importante.
Se in una prima fase l’unificazione ridusse il peso delle tradizionali classi dirigenti meridionali, nel corso dei decenni successivi si sviluppò una progressiva convergenza di interessi tra la nuova borghesia nazionale e una parte consistente delle vecchie élite del Mezzogiorno.
Molti aristocratici e notabili locali compresero rapidamente che la restaurazione borbonica era ormai impossibile. Piuttosto che opporsi al nuovo Stato, preferirono integrarsi nei suoi meccanismi e coservare gran parte della propria influenza sociale ed economica.
Si realizzò così una compromesso storico tra gruppi dirigenti differenti ma accomunati dalla volontà di mantenere il controllo della ricchezza e del territorio.
Lo Stato unitario trovò conveniente appoggiarsi alle reti di potere esistenti; le élite meridionali trovarono conveniente collaborare con il nuovo ordine politico. A rimanere esclusa fu ancora una volta la grande massa della popolazione rurale, che vide svanire molte delle aspettative di cambiamento alimentate dagli eventi del 1860.
In questo contesto si sviluppò il brigantaggio postunitario.
Ridurre tale fenomeno a semplice criminalità significa ignorarne le radici sociali. Definirlo una guerra di liberazione nazionale significa invece attribuirgli una coerenza politica che non possedeva.
Il brigantaggio fu soprattutto una vasta rivolta sociale alimentata dalla povertà, dalla pressione fiscale, dalla leva obbligatoria e dalla delusione delle aspettative popolari. Non fu però un tentativo rivoluzionario, poiché mancava un progetto politico capace di proporre un nuovo modello di società e di Stato.
Proprio questa debolezza rese il fenomeno permeabile alle strumentalizzazioni.
Non è irragionevole ipotizzare che settori delle vecchie classi dirigenti escluse dal nuovo assetto abbiano talvolta utilizzato o alimentato il brigantaggio come strumento di pressione e di negoziazione nei confronti del potere centrale.
Il ruolo della mafia nella transizione pre e post unitaria
Fu proprio all’interno di questo quadro di continuità delle élite che si consolidò un attore destinato a condizionare a lungo lo sviluppo del Mezzogiorno: la mafia.

Le radici preunitarie: intermediari del latifondo
La mafia siciliana non nasce nel 1861. Le sue origini sono da rintracciare nel sistema agrario del tardo Regno delle Due Sicilie.¹ In un latifondo caratterizzato da assenteismo dei proprietari nobiliari e da uno Stato borbonico debole nelle campagne, si sviluppa la figura del gabelloto: affittuario che prende in gestione grandi estensioni e deve garantirne la rendita.
Per farlo, il gabelloto ha bisogno di controllo della manodopera e di protezione da furti e occupazioni. Lo Stato non gliela garantisce. Da qui nasce la domanda di “protezione privata”. I primi gruppi mafiosi, quindi, offrono ordine in cambio di obbedienza e di una quota della rendita.²
Già prima dell’Unità, la mafia è funzionale alla conservazione del sistema latifondista. Non è rivoluzionaria né popolare. È uno strumento delle élite agrarie per gestire un territorio senza Stato.
Il vuoto del 1860-1861: da strumento borbonico a interlocutore sabaudo
Il crollo borbonico crea un vuoto di autorità. Garibaldi prima e il governo piemontese poi devono pacificare un’isola dove il brigantaggio esplode e i municipi sono in mano ai notabili. L’esercito sabaudo non conosce il territorio.
In questo contesto, i gruppi mafiosi si propongono come garanti dell’ordine locale. Offrono al nuovo Stato due servizi: contenimento del brigantaggio non controllabile ed intermediazione elettorale.
È il primo grande patto. Lo Stato unitario, per necessità, sceglie di non smantellare le reti informali di potere. Le coopta. Già negli anni 1870-1890 i rapporti del questore Ermanno Sangiorgi documentano come i mafiosi fossero diventati l’ossatura dei comitati elettorali.³
L’età postunitaria: da braccio armato a classe dirigente di fatto
Dopo il 1861 la mafia compie un salto di qualità decisivo. Se nel periodo borbonico era soprattutto uno strumento al servizio dei gabelloti e dei grandi proprietari, con l’Unità diventa essa stessa soggetto economico e politico autonomo. Tre processi innescati dal nuovo Stato favoriscono questa trasformazione.
Il primo è la grande liquidazione dei beni ecclesiastici e demaniali avviata tra il 1861 e il 1867. La terra viene messa all’asta, ma ad acquistarla non sono i contadini. A farlo sono notabili, gabelloti e speculatori che si servono della mafia per tenere lontani i concorrenti e per gestire le proprietà una volta acquisite. La violenza privata diventa così un requisito per entrare nel mercato fondiario.⁴
Il secondo processo è l’introduzione della leva obbligatoria e di una pressione fiscale percepita come estranea. In un contesto di miseria diffusa, la mafia si presenta come un’autorità alternativa: offre protezione dall’esercito, media con gli esattori, garantisce piccoli favori. In cambio chiede fedeltà e consenso, radicandosi ancora di più nelle comunità rurali.⁵
Il terzo fattore è la parlamentarizzazione dello Stato con il collegio uninominale. In un sistema in cui bastano poche migliaia di voti per eleggere un deputato, il controllo del territorio diventa moneta politica. La mafia dispone di pacchetti di voti nelle campagne e li mette a disposizione dei candidati governativi. Lo scambio è chiaro: impunità e tolleranza a livello locale in cambio di stabilità e legittimazione a livello nazionale.⁶
Attraverso questi meccanismi, la borghesia agraria siciliana entra nel Parlamento unitario portando con sé il proprio sistema di potere. La mafia, da fenomeno rurale legato al feudo, si trasferisce nelle città. Occupa i mercati generali, le compagnie portuali, gli appalti per le opere pubbliche e le società di esportazione degli agrumi. Da braccio armato del latifondo diventa un attore che produce e intermedia ricchezza, integrandosi pienamente nella nuova classe dirigente.⁷
Brigantaggio e mafia: distinti ma comunicanti
Brigantaggio e mafia non vanno confusi. Il primo fu una rivolta disperata e orizzontale. La seconda fu un’organizzazione gerarchica e conservatrice. Tuttavia, finita la repressione del brigantaggio, molti ex briganti si riciclarono nelle file mafiose. Lo Stato aveva eliminato la rivolta, ma aveva lasciato intatta la struttura di intermediazione illegale che l’aveva in parte gestita.⁸
Conseguenza di lungo periodo: il blocco dello sviluppo
La mafia è un moltiplicatore del divario. L’Unità mette il latifondo sul mercato, ma è un mercato truccato. La violenza mafiosa impedisce la libera concorrenza nella terra, nel lavoro, negli appalti.
Si crea un “capitalismo politico”: la ricchezza non va al più efficiente, ma al più protetto. Questo disincentiva gli investimenti esterni, frena l’innovazione e blocca la formazione di una vera borghesia produttiva. La mafia contribuisce così al trasferimento di risorse, non solo perché la rendita va investita altrove, ma perché rende il Mezzogiorno un’area ad alto rischio, incapace di trattenere capitali.⁹
L’Eredità dell’Unità
Alla fine di questo processo, né le masse popolari né la vecchia aristocrazia borbonica uscirono realmente vincitrici.
I principali beneficiari furono quei gruppi dirigenti che riuscirono ad adattarsi al nuovo quadro nazionale, costruendo una convergenza di interessi destinata a influenzare a lungo lo sviluppo economico e sociale del Mezzogiorno. Tra questi gruppi va inclusa anche la componente mafiosa, che da struttura di servizio al latifondo divenne parte integrante del sistema di potere locale e nazionale.
Per questa ragione appare riduttivo attribuire la Questione meridionale esclusivamente alla responsabilità dello Stato unitario. Ma è altrettanto riduttivo negare che l’unificazione abbia favorito un consistente trasferimento di risorse e opportunità verso le aree più dinamiche della penisola.
La Questione meridionale nacque dall’incontro tra problemi antichi e scelte nuove: da un lato una struttura economica caratterizzata da profonde disuguaglianze e da mediazioni illegali già radicate, dall’altro un processo di modernizzazione che privilegiò i territori già più pronti a beneficiarne e che scelse di governare il Sud attraverso quelle stesse mediazioni.
Il Mezzogiorno non fu semplicemente sconfitto da un nemico esterno. Fu piuttosto il terreno sul quale si realizzò una convergenza tra vecchie e nuove classi dirigenti, incluse quelle criminali, tutte interessate a preservare il controllo della ricchezza e del potere.
In tale prospettiva, il vero elemento di continuità della storia meridionale non è la contrapposizione tra Nord e Sud, ma la persistente distanza tra le élite e il popolo. Una distanza mediata da strutture clientelari e mafiose che attraversarono il regime borbonico, l’Unità d’Italia, l’età liberale e che, sotto forme diverse, continua ancora oggi a influenzare il dibattito pubblico e lo sviluppo del Mezzogiorno.
Rigurgiti
Il velleitarismo dei nuovi indipendentismi
Le considerazioni fin qui svolte consentono anche una riflessione sui ricorrenti rigurgiti indipendentisti che periodicamente riemergono nel dibattito pubblico meridionale.
Tali movimenti si fondano spesso sull’idea di un Mezzogiorno prospero e moderno, improvvisamente impoverito da una conquista esterna. Sebbene questa rappresentazione contenga elementi di verità, essa tende a sovrapporre gli interessi delle antiche classi dirigenti a quelli dell’intera popolazione meridionale.
Se infatti una gran parte della ricchezza accumulata nel Regno delle Due Sicilie fu effettivamente trasferita e utilizzata altrove, occorre ricordare che tale ricchezza apparteneva prevalentemente alle élite economiche e politiche dell’epoca e non alle masse popolari. Inoltre, questa idealizzazione del passato rimuove un dato cruciale: già sotto i Borbone esistevano forme di intermediazione violenta e mafiosa che garantivano l’ordine del latifondo a scapito dei contadini.
Molti movimenti neoborbonici contemporanei sembrano caratterizzati da una forte componente nostalgica e identitaria, e da una limitata capacità di elaborare un progetto politico credibile per il presente.
L’attenzione si concentra spesso sulle presunte ingiustizie del passato, mentre rimangono sullo sfondo questioni decisive come la qualità delle istituzioni, la produttività del sistema economico, il funzionamento della pubblica amministrazione, la lotta ai poteri criminali, la formazione delle classi dirigenti e la competitività internazionale.
In questo senso, il limite principale dell’indipendentismo meridionale contemporaneo risiede nel suo carattere velleitario. Esso tende a trasformare la memoria storica in programma politico, attribuendo al passato il compito di risolvere problemi che appartengono invece al presente.
La storia può aiutare a comprendere l’origine delle difficoltà del Mezzogiorno, inclusa la genesi del potere mafioso. Non può però sostituire la capacità di elaborare soluzioni realistiche per affrontarle. Confondere il risarcimento simbolico con il governo della realtà significa rischiare di trasformare una legittima ricerca della verità storica in una sterile esercitazione nostalgica che ignora proprio quei meccanismi di intermediazione illegale che hanno bloccato lo sviluppo.
Leggi LA NUOVA QUESTIONE MERIDIONALE
Note
¹ Sulla preesistenza della mafia al 1860, cfr. P. Pezzino, Una certa reciprocità di favori. Mafia e modernizzazione violenta nella Sicilia postunitaria, FrancoAngeli, 1990; S. Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, 2004, pp. 15-38.
² Sulla figura del gabelloto e sul nesso tra latifondo e violenza privata: G. Barone, Mezzogiorno e modernizzazione, Einaudi, 1986, pp. 43-61.
³ E. Sangiorgi, Relazione del Questore di Palermo al Ministero dell’Interno, 1898-1900, ora in N. Dalla Chiesa, Il potere mafioso, Mazzotta, 1976. Il rapporto descrive la mafia come “intermediaria obbligata tra proprietari e contadini”.
⁴ Sull’impatto della vendita dei beni ecclesiastici e sull’uso della violenza per controllare le aste: L. Franchetti, S. Sonnino, La Sicilia nel 1876, Barbera, 1877, vol. I, pp. 112-135.
⁵ Sulla leva, le tasse e la mafia come “Stato parallelo”: S. Lupo, Storia della mafia, cit., pp. 67-82.
⁶ Sul voto di scambio nell’età liberale: P. Pezzino, Il paradiso abitato dai diavoli. Società, élites, istituzioni nel Mezzogiorno contemporaneo, FrancoAngeli, 1992, pp. 89-104.
⁷ Sulla trasformazione urbana della mafia e l’ingresso negli appalti: O. Cancila, Palermo, Laterza, 1988, pp. 201-225; S. Lupo, Storia della mafia, cit., pp. 91-110.
⁸ Sulle connessioni tra ex briganti e mafia: F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, 1964, pp. 341-356.
⁹ Sul “capitalismo politico” e il blocco dello sviluppo: G. Barone, Egemonie urbane e potere locale, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Sicilia, Einaudi, 1987, pp. 281-344.
