Belpasso ostaggio del PRG, il PUG fermo e le deroghe diventano regola
1. Il PRG vecchio e la città cambiata
Belpasso non è un Comune fermo nel tempo, ed è proprio per questo che il suo PRG del 1993 non appare più in grado di reggerne le trasformazioni. Pensato per un contesto a prevalenza agricola, già allora mostrava limiti evidenti perché lasciava ai margini funzioni produttive importanti, anche per effetto della zona ASI di Piano Tavola, e periferie come i Villaggi, segnate da anni di sanatorie.
Quel PRG nasceva con evidenti limiti. Oggi quei limiti sembrano esplosi.
Il punto non è che Belpasso sia senza piano. È che ha ancora un piano vecchio di 33 anni che fatica a governare una città cresciuta, deformata e resa più fragile da dinamiche che quel vecchio impianto non sembra contenere.
Il territorio reale corre da anni più veloce del suo quadro normativo. E quando il piano non guida più, a fare sistema rischiano di essere le singole decisioni.
2. Il PUG annunciato e il nodo che resta aperto
Il Comune non è immobile. Produce atti di indirizzo, avvisi, direttive e aggiornamenti, ma non ha ancora consegnato alla città un PUG operativo. Ed è questo il punto che smonta la favola della paralisi assoluta: molto lavoro sulla cornice e il quadro che resta vuoto.
L’ultimo passaggio conoscibile è la Delibera di Giunta Municipale n. 70 del 30 aprile 2026 [Piano Urbanistico Generale Comunale di Belpasso – PUG, L.R. 13 Agosto 2020 n. 19 Art. 26 c.1, Approvazione Direttive dell’Amministrazione. Aggiornamento e integrazione Approvazione Direttive dell’Amministrazione – Atto di indirizzo approvato con Deliberazione della Giunta Municipale n. 170 del 28 settembre 2022.] La prova di una via crucis lunga decenni.
Qui nasce il cortocircuito per il cittadino. In assenza di un PUG operativo, chi vuole investire avrebbe di fatto solo due strade: il vecchio PRG del 1993 o il ricorso a varianti e strumenti in deroga. Manca una terza via ordinaria. Resta la regola vecchia che non funziona, o l’eccezione che rischia di diventare l’unica strada praticabile.
In questo contesto, tra i residenti, come emerso anche in incontri pubblici e sulla stampa locale, circola un interrogativo che qui riportiamo come dato di clima sociale, senza alcun valore accusatorio: se il ritardo oggettivo possa dipendere solo da difficoltà politico-amministrative, o se possa risultare, per il puro effetto oggettivo, più congeniale al mantenimento di posizioni consolidate.
Un PRG del 1993, con le sue pieghe note a chi lo frequenta da decenni, potrebbe risultare in astratto più gestibile di un nuovo PUG che, per legge, dovrebbe riscrivere le regole per tutti con criteri perequativi e vincolanti. In questo senso, il non-piano produrrebbe effetti concreti: più spazio alla gestione discrezionale, meno alla regola comune.
3. Le varianti: strumento tecnico o terreno di negoziazione?
Le varianti sono il cuore del problema. Da strumento eccezionale rischiano di trasformarsi in strumento ordinario di governo del territorio. In teoria servono a correggere casi particolari. In pratica, in assenza di un piano aggiornato, rischiano di trasformarsi nello strumento con cui la città viene ridisegnata pezzo dopo pezzo, al di fuori di una pianificazione d’insieme.
Sul piano degli effetti si determina una percezione diffusa: il territorio sembra gestito più attraverso singole interlocuzioni che attraverso regole comuni. Il ricorso alla variante può tradursi in un vantaggio posizionale oggettivo per chi vi accede, mentre per chi ne resta fuori restano i costi dell’incertezza e dei tempi lunghi.
In questo quadro il Comune rischia di apparire, agli occhi di una parte dei cittadini, non più solo come arbitro imparziale delle regole, ma come luogo in cui si concentrano attese e richieste differenziate.
Si comprende allora perché il ritardo del PUG non apparirebbe neutro. Non una semplice lentezza burocratica, ma una condizione che, sul piano oggettivo, mantiene il governo del territorio su un piano di ampia discrezionalità.
4. Le opposizioni civiche e un conflitto che per ora resta fuori dal Consiglio
Dentro il Consiglio comunale il fronte appare, per quanto emerge dagli atti pubblici, frammentato e privo di una linea unitaria sul PUG, ma fuori dall’aula il confronto esiste.
Lo dimostrano gli incontri pubblici promossi da comitati civici e diversi articoli della stampa locale che hanno ricostruito l’iter. Esiste già un terreno di iniziativa fatto di associazioni, tecnici critici, piccoli operatori che si percepiscono penalizzati, cittadini delle periferie.
È un perimetro, tuttavia, che ad oggi appare ancora insufficiente. Perché il tema diventi davvero pubblico sarebbe necessario, a nostro avviso, il coinvolgimento attivo anche dei movimenti politici che, nelle loro dichiarazioni pubbliche, si dicono interessati alle sorti del PUG, ma che finora, sul piano dell’iniziativa concreta e documentabile (proposte, campagne pubbliche) sono risultati sostanzialmente assenti dal dibattito operativo.
L’obiettivo non dovrebbe essere fare rumore per un giorno, ma trasformare il PUG in una questione pubblica permanente: accesso agli atti, pubblicità dei documenti, cronoprogramma certo e verificabile, partecipazione reale nei forum previsti dalla legge.
Belpasso avrebbe bisogno di un PUG trasparente e vincolante. Di riportare il governo del territorio dentro regole comuni e restituire potere alla collettività.
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Avvertenza: il presente articolo è stato elaborato esclusivamente sulla base di atti pubblici e di fonti aperte citate nel testo. Qualsiasi riferimento a fatti, circostanze o dinamiche deve intendersi come espressione di critica politica e di opinione su temi di pubblico interesse, in forma ipotetica e dubitativa, e non come attribuzione di condotte illecite. Nessun passaggio è da intendersi riferito, anche indirettamente, a persone fisicamente individuabili in ragione del loro ruolo politico, amministrativo o imprenditoriale.
