Caso Armao: il sistema Schifani è arrivato al capolinea
Inchiesta, potere regionale e autorizzazioni ambientali: perché il garantismo non basta più
Non è la disavventura di un ex assessore. È la fotografia di come si governa la Sicilia.
La Procura di Palermo ha chiesto l’arresto per Gaetano Armao. L’ipotesi dei pm, tre episodi di corruzione per nove indagati complessivi, è chiara: l’ex vicepresidente della Regione, assessore all’Economia nella giunta Musumeci, presidente della Commissione Tecnica Specialistica (CTS) per le autorizzazioni ambientali e fino a ieri consulente giuridico del presidente Renato Schifani, avrebbe monetizzato il suo peso istituzionale per favorire imprenditori in cambio di denaro. Perquisito anche il suo ufficio dentro Palazzo d’Orléans, sede della Presidenza.
Armao si difenderà davanti ai giudici. E dovrà essere considerato non colpevole fino a sentenza definitiva. Su questo non si transige.
Il problema è un altro. Ed è politico.
IL GARANTISMO NON È UN PASS.
Schifani non è indagato per corruzione. Ma ha scelto Armao. Lo ha voluto accanto a sé come consigliere giuridico. Gli ha affidato la presidenza di una commissione che decide sul futuro energetico dell’isola: fotovoltaico, eolico, rifiuti, impianti industriali. Settori dove ogni timbro vale milioni.
Ora il presidente fa come se fosse un passante. L’inchiesta riguarderebbe “singoli comportamenti individuali”. Dichiarazioni di rito, scaricate in una nota stampa.
Non regge. Quando affidi a un uomo di tua fiducia un ufficio dentro la tua Presidenza e il controllo delle autorizzazioni più delicate della Regione, non puoi dire che non c’entri. La responsabilità penale è personale, dice la Costituzione. Quella politica no. Quella si assume scegliendo, nominando, controllando. O non controllando affatto.
IL MODELLO È IL MESSAGGIO
Quello che emerge da Palermo non è un incidente. È un sistema. La destra siciliana ha costruito il suo racconto sull’efficienza: sbloccare, velocizzare, semplificare. Tradotto: concentrare tutto attorno al presidente, nominare per fiducia, trasformare la competenza in vicinanza personale.
Funziona così: la burocrazia è colpevole quando dice no, la relazione personale diventa merito quando dice sì. Se hai il numero giusto, la pratica si sblocca. Se sei un cittadino qualunque, aspetti.
È esattamente il contrario di ciò che serve alla Sicilia. Non servono sbloccatori. Serve una macchina pubblica forte, autonoma, con regole uguali per chi ha un grande studio legale a Palermo e per chi apre una piccola attività a Enna.
Le autorizzazioni ambientali non sono merce di scambio. Sono decisioni che segnano il territorio per vent’anni. Non possono passare per corridoi riservati di Palazzo d’Orléans.
LE DOMANDE A CUI SCHIFANI NON PUÒ SOTTRARSI
Schifani non può più rinviare alla magistratura. Deve rispondere in Aula, non con una nota.
Perché ha scelto Armao come consigliere giuridico dopo gli incarichi politici? Quali verifiche sui suoi rapporti professionali con imprenditori del settore energia? Chi ha controllato l’attività della CTS quando era presieduta dall’uomo di fiducia del presidente? Quante pratiche seguite dai soggetti oggi indagati sono state autorizzate? Perché non è stata imposta una separazione netta tra ruolo politico e funzioni tecniche di valutazione ambientale?
Sono domande che la Commissione Antimafia regionale, che ha già annunciato un approfondimento sui sistemi di prevenzione della Regione, dovrà porre. Ma sono soprattutto domande che il centrosinistra deve pretendere in una seduta straordinaria dell’ARS, carte alla mano.
LE DIMISSIONI SONO UN ATTO POLITICO, NON GIUDIZIARIO
Chiedere le dimissioni di Schifani non significa condannarlo prima del processo. Significa constatare una cosa semplice: questo governo ha perso credibilità.
Un presidente si dimette quando la sua rete di nomine finisce al centro di un’inchiesta che tocca il cuore della Presidenza. Si dimette quando non può più garantire ai siciliani che le autorizzazioni valgano per tutti allo stesso modo. Si dimette quando l’unica difesa è “attendiamo gli sviluppi giudiziari”.
Schifani rimetta il mandato all’Assemblea. Se la sua maggioranza crede ancora in questo modello, lo difenda in Parlamento, alla luce del sole. Se non ci riesce, si apra una fase nuova.
Non basta cambiare un consulente. Non basta una circolare sulla trasparenza. La Sicilia non ha bisogno dell’ennesima commissione che promette verifiche interne dopo che sono arrivati i finanzieri.
Ha bisogno di una svolta: albo pubblico dei consulenti con compensi e conflitti di interessi, rotazione obbligatoria nelle commissioni tecniche, stop ai doppi incarichi politico-tecnici, pubblicazione preventiva delle pratiche CTS.
Questa svolta non può farla chi ha costruito il sistema che ora scricchiola.
La questione è chiara: o la pubblica amministrazione diventa bene comune, o resta il comitato d’affari di pochi. Il caso Armao dice che siamo alla seconda ipotesi. E per questo Schifani se ne deve andare.
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