Lo Stato sociale come misura della civiltà
Scuola, sanità, pensioni, sicurezza pubblica e crisi della rappresentanza
La destra politica e la destra economica contro l’universalismo

Quando lo Stato arretra, il mercato avanza
La grandezza di una civiltà contemporanea non si misura solo dal PIL, dagli indici di borsa o dalla retorica astratta della “crescita”, ma dal livello di protezione che essa garantisce ai propri cittadini. Scuola pubblica, sanità universale, pensioni adeguate e sicurezza pubblica non sono capitoli di spesa da comprimere, ma diritti fondamentali di cittadinanza. Quando questi diritti vengono trattati come costi improduttivi, la democrazia sopravvive solo nella forma, svuotata nella sostanza.
Negli ultimi trent’anni l’Italia è stata attraversata da un attacco sistematico allo Stato sociale, spesso presentato come inevitabile modernizzazione. La spesa sanitaria pubblica resta stabilmente sotto la media europea; l’istruzione è cronicamente sottofinanziata; il lavoro è sempre più povero e instabile; la sicurezza pubblica viene evocata come slogan mentre viene indebolita nella pratica. Nulla di tutto questo è frutto del caso o di meri “errori tecnici”: sono scelte politiche coerenti, ispirate da un’idea precisa di società, in cui lo Stato arretra e il mercato avanza.
Occupazione “record”? La truffa delle statistiche
Il Governo Meloni rivendica l’aumento dell’occupazione come prova del proprio successo. Ma dietro i numeri la realtà è ben diversa. Secondo i dati di ISTAT, la crescita dell’occupazione tra il 2023 e il 2025 è trainata soprattutto da contratti a termine, part-time involontario e lavoro a bassa retribuzione.
La propaganda governativa omette tre elementi decisivi.
Salari insufficienti
L’Italia è l’unico grande Paese europeo in cui i salari reali sono oggi più bassi rispetto agli anni Novanta, come certificato dall’OCSE. Lavorare non basta più per non essere poveri.
Occupazione drogata da incentivi
Gli sgravi contributivi riducono artificialmente il costo del lavoro, ma l’assenza di una vera modernizzazione del sistema produttivo frena la produttività e la domanda interna. L’occupazione è sostenuta dalla fiscalità generale, non da uno sviluppo reale.
CIG e lavoro fittizio
I criteri di Eurostat considerano occupati anche lavoratori in cassa integrazione a zero ore. È un artificio statistico che gonfia i dati e ne svuota il significato sociale.
Definire “ripresa” questo quadro è una menzogna. La crescita puramente numerica maschera una precarizzazione di massa: milioni di persone intrappolate in contratti instabili, sottoccupazione e salari incapaci di garantire una vita dignitosa. Non è sviluppo, ma lavoro impoverito.
Scuola pubblica, da diritto universale a privilegio di classe
La scuola pubblica è stata il più potente strumento di emancipazione sociale del Novecento e uno dei pilastri fondativi della democrazia repubblicana. Attraverso l’accesso universale all’istruzione, milioni di persone hanno potuto migliorare le proprie condizioni di vita, rompere la trasmissione ereditaria delle disuguaglianze e partecipare in modo consapevole alla vita civile e politica del Paese. Oggi questo ruolo è progressivamente svuotato.

L’Italia investe in istruzione una quota di PIL significativamente inferiore alla media europea e dei Paesi OCSE. Il sottofinanziamento cronico si traduce in classi sovraffollate, edifici scolastici insicuri, carenza di laboratori, biblioteche e servizi educativi essenziali. A tutto questo si aggiunge la precarizzazione strutturale del personale docente e ATA, con un ricorso sistematico ai contratti a termine che mina la continuità didattica e la qualità dell’insegnamento.
Le disuguaglianze territoriali aggravano ulteriormente il quadro. Nel Mezzogiorno, e in Sicilia in particolare, la dispersione scolastica resta a livelli allarmanti. Qui la scuola dovrebbe svolgere una funzione compensativa decisiva, ma viene invece privata degli strumenti necessari: meno tempo pieno, meno sostegno, meno servizi integrativi. Tagliare il tempo scuola significa colpire soprattutto gli studenti provenienti da contesti sociali fragili, per i quali la scuola rappresenta spesso l’unico presidio educativo e culturale.
Parallelamente, cresce il sostegno pubblico alle scuole private e paritarie, attraverso finanziamenti diretti e indiretti. Questa scelta non è neutrale né tecnica: è profondamente ideologica. Essa introduce una segmentazione del sistema educativo basata sul reddito, trasformando l’istruzione da diritto universale a bene differenziato. Chi può permetterselo accede a scuole meglio attrezzate e reti relazionali più forti; chi non può resta confinato in un sistema pubblico indebolito e delegittimato.
In questo modo, la scuola smette di essere ascensore sociale e diventa meccanismo di riproduzione delle disuguaglianze. L’ascensore sociale non è rotto per caso: è stato fermato da scelte politiche precise. Una scuola pubblica impoverita produce cittadini meno istruiti, meno consapevoli, più esposti alla precarietà e alla marginalità. È una scuola funzionale a una società diseguale e gerarchica.
Difendere e ricostruire la scuola pubblica significa quindi difendere la democrazia stessa. Senza un’istruzione realmente universale, gratuita e di qualità, l’uguaglianza formale dei diritti resta un principio astratto e la cittadinanza si riduce a una parola vuota.
Sanità pubblica: il definanziamento come strategia

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è inefficiente per natura né insostenibile per definizione: è stato deliberatamente indebolito attraverso una lunga sequenza di scelte politiche che ne hanno progressivamente eroso risorse, personale e capacità di risposta. Per il 2025 la spesa sanitaria pubblica si attesta intorno ai 143 miliardi di euro, pari a circa il 6,4% del PIL, un livello stabilmente inferiore alla media europea e ai principali Paesi dell’OCSE.
Il definanziamento non è un errore, ma una strategia. Ridurre le risorse del sistema pubblico significa produrre inefficienze artificiali che vengono poi usate come giustificazione per l’espansione del privato. La carenza cronica di personale medico, infermieristico e tecnico (aggravata da blocchi del turnover, stipendi non competitivi e carichi di lavoro insostenibili) si traduce in reparti sotto organico, pronto soccorso al collasso e servizi territoriali insufficienti.
Le liste d’attesa sempre più lunghe rappresentano il volto più evidente di questa crisi. Milioni di cittadini sono costretti ad attendere mesi, talvolta anni, per visite specialistiche ed esami diagnostici essenziali e urgenti. Di fronte a questa situazione, chi può permetterselo si rivolge al privato, pagando di tasca propria; chi non può rinuncia alle cure o le rimanda, con gravi conseguenze sulla salute individuale e collettiva. Nel 2025 la spesa sanitaria privata ha raggiunto circa 46 miliardi di euro, segnando un trasferimento silenzioso ma massiccio di costi dallo Stato ai cittadini.
Si afferma così un sistema sanitario a doppia velocità: pubblico per chi aspetta, privato per chi paga. La sanità integrativa e assicurativa, spesso legata al contratto di lavoro, viene presentata come risposta “moderna” alle carenze del sistema pubblico. In realtà essa rafforza le disuguaglianze, perché tutela soprattutto chi ha un’occupazione stabile e ben retribuita, lasciando scoperti i lavoratori precari, i disoccupati e gli anziani. Un diritto universale garantito dall’articolo 32 della Costituzione viene progressivamente trasformato in un servizio condizionato dal reddito e dalla posizione sociale. Il contesto risulta ulteriormente aggravato dalle disparità regionali. Tra Nord e Sud si registrano differenze profonde nell’accesso alle cure, nella qualità dei servizi e nei tempi di attesa. La mobilità sanitaria (cittadini costretti a spostarsi per curarsi) non è una libera scelta, ma il sintomo di un fallimento dello Stato nel garantire livelli essenziali di assistenza uniformi sul territorio nazionale.
Quando la salute diventa una variabile economica, la libertà individuale è solo formale. Un sistema sanitario universale non è un lusso né un residuo ideologico del passato: è un presidio democratico fondamentale. Senza un SSN forte, accessibile e adeguatamente finanziato, la società si frammenta e la democrazia si svuota.
La vecchiaia come rischio individuale e opportunità di profitto

Il sistema pensionistico è stato progressivamente trasformato da strumento di solidarietà collettiva a meccanismo individuale di accumulazione. Secondo le stime dell’INPS, una quota crescente di futuri pensionati (soprattutto giovani con carriere discontinue) rischia assegni inferiori ai 1.000 euro mensili.
In un mercato del lavoro strutturalmente precario, il sistema contributivo replica e amplifica le disuguaglianze: chi ha carriere frammentate e salari bassi accumula contributi insufficienti, chi ha redditi elevati e continuità lavorativa è protetto. In questo contesto, la spinta verso la previdenza complementare non rappresenta una reale libertà di scelta, ma la privatizzazione del rischio sociale.
I fondi pensione assumono così un ruolo centrale non solo come strumenti previdenziali, ma come grandi accumulatori di capitale finanziario. Le risorse versate dai lavoratori non vengono semplicemente accantonate per garantire una pensione futura, ma vengono investite nei mercati dei capitali alla ricerca della massima redditività. In questo passaggio si consuma uno slittamento fondamentale: la pensione smette di essere un diritto sociale garantito e diventa una variabile dipendente dall’andamento dei mercati finanziari.
Si apre inoltre una questione etica tutt’altro che secondaria. In assenza di vincoli stringenti, i fondi pensione possono investire in settori altamente redditizi ma socialmente controversi, come l’industria degli armamenti, l’energia fossile o attività speculative ad alto impatto sociale e ambientale. È legittimo che il futuro previdenziale di milioni di lavoratori venga legato alla redditività della guerra, dell’instabilità geopolitica o della distruzione ambientale? È accettabile che un diritto sociale venga trasformato in capitale finanziario senza un controllo democratico sulle sue finalità?
La previdenza complementare, presentata come soluzione “moderna” e responsabile, finisce così per rafforzare una doppia frattura: sociale, perché tutela maggiormente chi ha redditi sufficienti per contribuire; politica, perché sottrae una quota crescente di risparmio collettivo a qualsiasi finalità pubblica, affidandola alle logiche opache del mercato finanziario. La vecchiaia non viene più protetta dallo Stato, ma affidata alla volatilità dei mercati.
Sicurezza pubblica: tra invocazione dell’ordine e ritiro dello Stato
La sicurezza pubblica è una componente essenziale dello Stato sociale e una condizione materiale della libertà. Senza sicurezza non esiste reale esercizio dei diritti, né uguaglianza sostanziale tra i cittadini. Tuttavia, nel dibattito politico italiano la sicurezza viene sempre più ridotta a un problema di ordine pubblico, di repressione e di decoro urbano, mentre viene sistematicamente trascurata la sua dimensione strutturale: la presenza quotidiana dello Stato sul territorio.

La destra politica ha fatto della sicurezza uno dei propri cavalli di battaglia retorici, evocando emergenze continue e promettendo “tolleranza zero”. Ma dietro questa narrazione muscolare si nasconde una realtà opposta: lo Stato arretra. Le forze dell’ordine soffrono di carenze croniche di organico, mezzi insufficienti, strutture obsolete e un’età media del personale sempre più elevata, come evidenziato dai dati del Ministero dell’Interno. La riduzione del controllo quotidiano del territorio colpisce in particolare le periferie urbane, le stazioni, le aree metropolitane e i quartieri popolari.
La sicurezza reale non si costruisce con operazioni simboliche o con l’inasprimento delle pene, ma con presidio costante, prevenzione, servizi sociali, illuminazione urbana, trasporti efficienti e spazi pubblici vivi. Quando queste condizioni vengono meno, cresce l’insicurezza percepita, che diventa terreno fertile per la propaganda politica. L’insicurezza sociale (precarietà lavorativa, marginalità abitativa, impoverimento) viene così trasformata in insicurezza penale, spostando l’attenzione dalle cause strutturali ai singoli comportamenti devianti.
Nel vuoto lasciato dallo Stato avanza il mercato. Vigilanza privata, portierato, sorveglianza armata, telecamere e servizi di sicurezza a pagamento diventano sempre più diffusi. Anche la sicurezza, come la sanità e l’istruzione, si trasforma in una merce. Chi può permettersela vive in spazi protetti, recintati e sorvegliati; chi non può resta esposto, controllato o criminalizzato. La sicurezza smette così di essere un diritto universale e diventa un privilegio di classe.
Questa dinamica produce una frattura profonda: da un lato cittadini protetti, dall’altro cittadini sorvegliati. Nei quartieri popolari lo Stato non si manifesta come presenza sociale e istituzionale, ma quasi esclusivamente come forza repressiva. Ne deriva una perdita di fiducia nelle istituzioni e un indebolimento del legame democratico. La retorica securitaria serve a mascherare questa contraddizione: più repressione simbolica, meno sicurezza reale; più slogan, meno Stato.
Una sicurezza autenticamente democratica richiede l’opposto di quanto viene oggi praticato: investimenti pubblici, rafforzamento delle forze dell’ordine come servizio civile al cittadino, coordinamento con politiche sociali, urbanistiche e del lavoro. Senza uno Stato presente, equo e visibile nei territori, la sicurezza non può che essere diseguale. E una sicurezza diseguale è la negazione stessa dell’uguaglianza repubblicana.
Neoliberismo e responsabilità politiche

A partire dagli anni Ottanta, il neoliberismo si è affermato come paradigma dominante nelle politiche economiche e sociali dell’Occidente, presentandosi non come una scelta ideologica, ma come un destino inevitabile. Lo Stato è stato progressivamente descritto come inefficiente per natura, la spesa pubblica come un freno alla crescita, il welfare come un costo improduttivo. In questa narrazione, il mercato è diventato l’unico meccanismo ritenuto capace di allocare risorse in modo razionale, mentre la politica è stata ridotta a gestione tecnica dell’esistente.
La destra politica ha adottato questo impianto in modo coerente e radicale: riduzione della progressività fiscale, compressione della spesa sociale, deregolamentazione del mercato del lavoro, privatizzazioni dei servizi pubblici e dei beni comuni. La destra economica (grandi interessi finanziari, imprese multinazionali, centri di potere mediatico e culturale) ha fornito la legittimazione teorica e comunicativa di questo modello, trasformando interessi particolari in presunte leggi naturali dell’economia.
Ma il neoliberismo non avrebbe potuto radicarsi così profondamente senza una corresponsabilità significativa di ampi settori del fronte “Progressista”europeo e italiano. In nome della governabilità, della “modernizzazione” e della compatibilità con i vincoli di bilancio, i “Progressisti” hanno gradualmente rinunciato al conflitto redistributivo, accettando il ridimensionamento dello Stato sociale come prezzo da pagare per restare nel perimetro del potere decisionale. In questo processo, il lavoro è stato deregolamentato, la precarietà normalizzata, la giustizia sociale relegata a obiettivo secondario.
Questa convergenza di fondo tra destra e parti della “sinistra progressista” ha prodotto un effetto devastante sulla rappresentanza democratica. Se le principali forze politiche condividono l’idea che “non ci sono alternative”, la competizione elettorale si riduce a una scelta tra stili di leadership, non tra modelli di società. La politica smette di offrire protezione e visione, e diventa amministrazione delle condizioni esistenti.
Il risultato è una crisi profonda di fiducia nelle istituzioni democratiche: astensione crescente, disaffezione verso i partiti, percezione diffusa di irrilevanza del voto. Quando lo Stato non garantisce più sicurezza sociale, lavoro dignitoso, istruzione e sanità accessibili, i cittadini smettono di riconoscersi nella democrazia rappresentativa. In questo vuoto si inseriscono il populismo autoritario, il risentimento sociale e la semplificazione demagogica, che promettono protezione identitaria laddove lo Stato ha smesso di offrire protezione materiale.
Con l’affermazione del neoliberismo, il potere decisionale si è progressivamente spostato dalla sfera pubblica a quella finanziaria, concentrandosi nelle mani di pochi attori economici e indebolendo le istituzioni democratiche. La contrapposizione centrale del nostro tempo non è quindi tra Stato e mercato, ma tra democrazia e oligarchia.
Scelta di campo

Scuola pubblica, sanità universale, pensioni dignitose e sicurezza sociale non sono capitoli di spesa né nostalgie ideologiche: sono le condizioni materiali della cittadinanza democratica. Dove questi diritti sono garantiti, la libertà è sostanziale; dove vengono erosi, la democrazia sopravvive come procedura, ma perde la sua funzione sociale.
Difendere lo Stato sociale non è quindi una posizione “massimalista”, ma una scelta di civiltà. Significa affermare che i bisogni fondamentali non possono essere lasciati alle logiche del mercato; che l’uguaglianza non è un effetto collaterale della crescita, ma il suo presupposto politico; che la sicurezza non si compra e la salute non si assicura, si garantisce.
Questa scelta chiama in causa direttamente la sinistra. Non basta denunciare il neoliberismo né prenderne le distanze a parole. Senza una proposta riconoscibile, conflittuale e capace di rappresentare chi vive precarietà, lavoro povero e insicurezza sociale come condizioni permanenti, ogni critica resta sterile. L’assenza di una forza che difenda in modo credibile i diritti universali lascia spazio al risentimento, alla demagogia e all’autoritarismo.
Ricostruire lo Stato sociale significa allora ricostruire anche la funzione storica della sinistra: non amministrare l’esistente, ma trasformarlo; non adattarsi all’inevitabile, ma rimettere al centro l’uguaglianza sostanziale, il lavoro dignitoso e i diritti universali come fondamento della democrazia.
La vera alternativa del nostro tempo non è tra più o meno Stato, ma tra una società governata dal mercato e una fondata sulla cittadinanza. Senza diritti universali la libertà resta uno slogan; senza una rappresentanza politica che li difenda, anche l’analisi più lucida resta priva di forza storica.
