INTELLIGENZA ARTIFICIALE E NUOVO ASSOLUTISMO
Il nuovo soggetto antagonista nell’era digitale
Dalla democrazia liberale alla democrazia illiberale: come l’Intelligenza Artificiale sta creando un nuovo potere assoluto e chi può fermarlo
La transizione in atto: l’IA generativa come strumento di dominio totale
Il compromesso storico che ha retto il Novecento, quello tra capitalismo industriale e classe operaia organizzata mediato dal Welfare State, non regge più. Da qualche decennio stiamo vivendo una transizione strutturale determinata dall’irruzione della digitalizzazione. Se la prima fase, quella di internet e delle piattaforme, ha riguardato soprattutto la distribuzione e il consumo, con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale generativa siamo entrati in una fase ben più radicale, quella della produzione automatizzata di senso, di linguaggio, di immagini e di relazioni.
Il vecchio schema di classe salta. Sia i capitalisti industriali sia gli operai perdono progressivamente potere contrattuale e centralità economica. Le istituzioni che erano state pensate per quell’assetto, il partito di massa, il sindacato confederale, il contratto nazionale, si trovano così a tutelare interessi sempre più marginali rispetto al nucleo della nuova accumulazione. Perfino la burocrazia razionale-legale, intesa nel senso weberiano come apparato impersonale e risolutore di problemi, appare oggi come un intralcio alla velocità real-time del capitale digitale, ed è per questo che da anni sentiamo parlare ossessivamente di sburocratizzazione.
Sul piano materiale il passaggio è ormai sotto gli occhi di tutti. Il robot sopperisce al saper fare operaio, l’intelligenza artificiale predittiva prende il posto degli impiegati intermedi, dei tecnici e degli analisti, la finanza algoritmica e la moneta virtuale sostituiscono la banca e la moneta fisica. Con l’IA generativa, tuttavia, si compie un salto qualitativo decisivo, perché non viene più sostituito soltanto il braccio o il calcolo, ma la funzione stessa che ci rendeva umani, quella cognitiva, simbolica e relazionale.
È per questa ragione che l’IA generativa va intesa come il più potente strumento di controllo delle masse mai concepito. Non opera attraverso la coercizione diretta, ma attraverso la saturazione. In primo luogo satura e controlla l’immaginario, perché può produrre in tempo reale testi, immagini e video falsi indistinguibili dal vero. Non ha sempre bisogno di censurare, le è sufficiente inondare lo spazio pubblico fino a rendere impossibile distinguere il vero dal falso e, di conseguenza, impossibile organizzare un dissenso razionale. In secondo luogo esercita un controllo comportamentale e predittivo, perché attraverso la profilazione permanente conosce in anticipo le nostre paure e i nostri desideri, non ci impone cosa pensare ma ci suggerisce ciò che già vogliamo pensare, radicalizzandolo, realizzando così il passaggio dalla propaganda classica alla pre-propaganda algoritmica. Infine espropria e sussume il lavoro cognitivo, perché svuota di valore il lavoro di giornalisti, avvocati, insegnanti, creativi e programmatori junior trasformandolo in un mero lavoro di validazione di ciò che la macchina ha già prodotto, creando una massa di lavoratori cognitivi dequalificati, precari e quindi politicamente ricattabili. È la piena realizzazione del Panopticon interiorizzato di cui parlava Foucault: non abbiamo più bisogno di guardiani esterni, siamo noi stessi ad auto-disciplinarci quotidianamente per compiacere l’algoritmo.
La nuova classe dominante: l’alleanza tra padroni della tecnologia, oligarchi e destra autoritaria
Un nuovo sistema economico come quello che si sta affermando ha bisogno di nuove istituzioni che rappresentino gli interessi della nuova classe dominante. La sua prima e più esplicita richiesta politica è la disintermediazione, ovvero l’eliminazione di ogni corpo intermedio che si frappone tra il capo e la massa, tra la piattaforma e l’utente, che si tratti del sindacato, della magistratura, del Parlamento o della stampa libera.
Ma chi è, concretamente, questa nuova classe dominante? Non si tratta più della sola borghesia industriale del Novecento. Siamo di fronte a un blocco sociale inedito, globale e integrato, composto da tre anime che hanno trovato una convergenza oggettiva e strategica. Da un lato ci sono i padroni della tecnologia, i proprietari delle grandi piattaforme e delle infrastrutture dell’intelligenza artificiale, da Musk a Thiel, da Zuckerberg ad Altman, soggetti che hanno bilanci che eguagliano il PIL di Stati nazionali e che controllano sia le infrastrutture materiali su cui poggia la vita quotidiana del pianeta, cavi sottomarini, satelliti, data center e fabbriche di chip, sia quelle immateriali, dati, algoritmi e attenzione. Sono libertari e anarchici quando si tratta di chiedere allo Stato di non regolamentarli, ma diventano ferocemente autoritari nei confronti degli altri.
Accanto a loro troviamo gli oligarchi della rendita, la grande finanza speculativa, i fondi di investimento come BlackRock, i petrolieri, i magnati delle criptovalute e del complesso militare-industriale, che hanno bisogno di Stati deboli, di paradisi fiscali, di deregulation selvaggia e di crisi permanenti su cui speculare. A tenere insieme questo blocco e a fornirgli ciò che da solo non potrebbe mai darsi, ovvero il consenso di massa, il controllo territoriale capillare, la legittimazione elettorale e la forza militante necessaria a smantellare lo Stato di diritto, ci sono i partiti della destra autoritaria e neofascista.
È un’alleanza potente e cinica in cui i tecnocrati forniscono gli strumenti di controllo e i capitali, gli oligarchi assicurano la liquidità necessaria a comprare interi settori dell’economia, mentre le destre mettono a disposizione il manganello politico e una narrazione identitaria tossica, che agita lo spettro del migrante, dell’ideologia woke e dell’Europa come nemico per distrarre i subalterni mentre vengono espropriati dei loro diritti materiali e del loro futuro. È questo il blocco che sostiene, con declinazioni diverse ma con identica matrice, Trump negli Stati Uniti, Putin in Russia, Milei in Argentina e, in Europa, Meloni, Le Pen e AfD. Apparentemente diversi e persino in competizione tra loro, sono in realtà uniti da un unico progetto storico, quello di chiamare con prudenza democrazia illiberale ciò che è a tutti gli effetti un nuovo assolutismo tecnologico-finanziario, enormemente più efficace di quello del Seicento perché capace, grazie all’intelligenza artificiale, di un controllo e di una predittività totali.
Il ruolo subalterno dei partiti e il caso italiano
In questo scenario i partiti politici tradizionali, anche quelli che si dicono progressisti o di sinistra, rischiano di diventare strutturalmente subalterni. Non sono più soggetti che rappresentano interessi di classe e li traducono in progetto di governo e in visione del mondo, ma si trasformano in comitati d’affari e in agenzie di comunicazione al servizio dello strapotere economico e algoritmico.
Questa subalternità si manifesta attraverso una triplice dipendenza. In primo luogo una dipendenza finanziaria e mediatica, perché senza l’accesso privilegiato alle piattaforme, senza i capitali ingenti necessari per campagne elettorali permanenti e senza il consenso dei grandi fondi e dei proprietari dei media, un partito semplicemente non esiste più nello spazio pubblico, ed è costretto perciò a negoziare preventivamente il suo programma con i reali detentori del potere. In secondo luogo una impotenza programmatica, perché i partiti continuano a discutere di politiche industriali novecentesche, di qualche punto di IRPEF o di bonus una tantum, mentre le decisioni strategiche che determinano la vita di milioni di persone, dove vanno i dati, chi controlla l’intelligenza artificiale, chi possiede i chip, chi gestisce il debito sovrano e chi decide cosa è vero e cosa è falso, vengono prese altrove, in consigli di amministrazione privati e inaccessibili. Infine viene assegnata loro una precisa funzione di contenimento del dissenso, perché al partito politico, anche quando è all’opposizione, spetta il compito di gestire il dissenso stesso, di istituzionalizzarlo e di renderlo compatibile e innocuo, offrendo l’illusione del pluralismo e dell’alternanza mentre l’esecutivo, eterodiretto dal potere economico, svuota progressivamente il legislativo e il giudiziario, tanto che la separazione dei poteri teorizzata da Montesquieu diventa una pura scenografia formale.
In Italia questo disegno si manifesta in modo esemplare nel tentativo di cambiare la Costituzione. La Costituzione del 1948 è infatti l’esatto opposto del progetto illiberale, perché nata dalla Resistenza antifascista e fondata sul pluralismo, sui contropoteri, sulla centralità del Parlamento, sulla dignità del lavoro e sull’idea, sancita dall’articolo 3, che la Repubblica debba rimuovere attivamente gli ostacoli che impediscono l’eguaglianza sostanziale. Oggi si tenta di rovesciarla alla radice attraverso il premierato, l’autonomia differenziata che spacca l’unità nazionale e distrugge l’universalità dei diritti, la compressione del potere di controllo del Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale, l’attacco quotidiano e sistematico alla magistratura e lo smantellamento del Welfare universalistico in nome del merito e della famiglia tradizionale. Non si tratta di errori o di fughe in avanti, ma di coerenze perfette con il progetto di adeguare la sovrastruttura italiana alla nuova struttura del capitalismo digitale e autoritario.
Di fronte a un pericolo di portata storica, che potrebbe causare la scomparsa definitiva della democrazia sostanziale, le sinistre appaiono tragicamente miopi e autoreferenziali. Continuano a cincischiare su chi debba essere il candidato potenziale alla presidenza del Consiglio, sulle alchimie di coalizione, sui sondaggi settimanali e sulle correnti interne, avviluppandosi in un tatticismo di corto respiro che mette a dura prova la resistenza e la lealtà del loro stesso elettorato. Non comprendono che non è in gioco una legislatura, ma un’epoca intera, e che se passa questo modello di democrazia illiberale non ci sarà più spazio nemmeno per un’alternanza fisiologica, ma solo un potere assoluto che concede a sua discrezione qualche briciola di opposizione formale. Questa miopia non è solo un errore strategico, è una colpa storica che rischia di sancirne l’irrilevanza definitiva.
Il nuovo soggetto antagonista: l’avanguardia degli informatici e la classe del comune e della cura

Eppure, come accade in ogni transizione d’epoca, il dominio genera inevitabilmente il suo antagonista. Quando Marx individuò nella classe operaia il soggetto rivoluzionario del capitale industriale, quella classe era una minoranza esigua, frammentata e senza diritti, considerata dalle élite una massa pericolosa. La sua forza non stava nel numero immediato, ma nella sua posizione strategica all’interno del modo di produzione, perché senza il suo lavoro la fabbrica non produceva e il capitale non si valorizzava.
Oggi il nuovo antagonista è già materialmente presente, sebbene sia ancora minoritario, frammentato e privo di una piena coscienza di sé. Possiamo definirlo come la classe del comune e della cura, che ha alla sua avanguardia strategica gli informatici critici. E sono proprio gli informatici a costituire l’avanguardia per una ragione molto concreta: sono gli unici che sanno realmente cosa è e come funziona un algoritmo. Mentre la gran parte della popolazione subisce l’intelligenza artificiale come una sorta di magia nera, come un oracolo neutrale e infallibile, loro ne conoscono il codice sorgente, le scorciatoie, i bias (pregiudizi sistematici che l’algoritmo impara e riproduce come se fossero verità oggettive) e gli interessi economici che lo orientano. Come gli operai specializzati dell’Ottocento conoscevano la macchina utensile e sapevano dove inserire il sabot per bloccarla, loro sanno dove l’algoritmo mente, dove estrae valore e dove può essere inceppato, riscritto e liberato. Senza di loro nessuna critica del capitalismo digitale può essere tecnicamente efficace.
Questa avanguardia tecnica è composta da programmatori di software libero e open source, data scientist critici, hacker etici, ricercatori di intelligenza artificiale che hanno scelto la strada della responsabilità, tecnici e ingegneri che lavorano dentro le big tech ma ne vedono le contraddizioni insanabili e whistleblower. Sono l’equivalente dei vecchi operai specializzati e possono fare tre cose che nessun altro può fare: possono svelare pubblicamente come gli algoritmi manipolano le elezioni, discriminano e sfruttano il lavoro, possono sabotare i meccanismi di controllo creando strumenti di offuscamento, di anonimizzazione e di resistenza digitale, e soprattutto possono costruire l’alternativa dal basso, dando vita a piattaforme cooperative, a modelli di intelligenza artificiale pubblici e open source addestrati su dati di qualità, ad algoritmi trasparenti e verificabili e a infrastrutture digitali di proprietà sociale. Senza che una parte significativa di loro scelga consapevolmente di mettersi al servizio del comune anziché del profitto privato, nessuna liberazione è tecnicamente possibile.
Accanto a questa avanguardia tecnica troviamo il corpo largo e sociale della nuova classe. Ci sono i lavoratori cognitivi precari e dequalificati dall’intelligenza artificiale generativa, giornalisti, grafici, traduttori, avvocati, insegnanti e ricercatori precari che hanno capito sulla propria pelle che la loro intelligenza è stata espropriata e messa a valore contro di loro. Ci sono i lavoratori della riproduzione sociale, coloro che curano, educano e assistono, infermieri, educatori, operatori sociali e caregiver familiari, in gran parte donne, il cui lavoro è sempre stato invisibile al PIL ma è essenziale e non delocalizzabile. Ci sono i disconnessi e gli scartati, i giovani che rifiutano di farsi schiavi dell’algoritmo e del like, i rider, i braccianti sfruttati dalle piattaforme agroalimentari, le comunità colpite dalla crisi climatica e i migranti climatici ed economici. E infine ci sono i custodi dei beni comuni, gli attivisti per il clima, per il software libero, per i dati come bene comune e per la difesa della Costituzione.
Questa composizione, oggi minoranza sociologica, è l’unica in grado di mettere strutturalmente in crisi il progetto di dominio della nuova classe dominante, per tre ragioni materiali. In primo luogo perché può bloccare la macchina estrattiva, perché senza i dati che produciamo gratuitamente ogni giorno, senza il lavoro di cura che ripara quotidianamente i danni sociali dell’algoritmo e senza il codice scritto e mantenuto dagli informatici, il sistema digitale e finanziario semplicemente non si alimenta più, esercitando così un potere di sciopero inedito, lo sciopero dei dati e del codice. In secondo luogo perché detiene il sapere che l’intelligenza artificiale non può replicare, ovvero la relazione umana autentica, la cura, l’empatia, la creatività non standardizzata, la conoscenza ecologica dei territori e, allo stesso tempo, la conoscenza tecnica profonda e critica del sistema. È l’unico lavoro davvero non automatizzabile. Infine perché porta con sé un interesse universale e non corporativo, perché come la classe operaia lottava non solo per sé ma per liberare l’intera umanità dallo sfruttamento, così questa nuova classe del comune e della cura lotta per la liberazione dell’umanità dal controllo totale e dalla devastazione ecologica, e la sua vittoria non è la vittoria di una categoria ma la condizione stessa per la sopravvivenza della democrazia e dell’ecosistema.
Governare l’interregno
Siamo in quello che Antonio Gramsci chiamava l’interregno, quel chiaroscuro in cui il vecchio mondo sta morendo e quello nuovo tarda a comparire e in cui nascono i mostri. Il vecchio equilibrio fondato sul compromesso fordista e sul Welfare State è morto e non tornerà, e piangerne nostalgicamente la scomparsa è inutile. Il nuovo equilibrio fondato sul dominio incontrastato della nuova classe dominante tecno-oligarchica e autoritaria non è ancora compiuto, ma i mostri che lo annunciano, le guerre permanenti, i neofascismi di massa, la disuguaglianza abissale e la catastrofe climatica trasformata in nuovo business, sono già pienamente tra noi e governano le nostre vite.
Il compito storico che abbiamo di fronte non è quindi quello di restaurare la democrazia liberale del Novecento, che aveva già al suo interno profonde ingiustizie, ma di inventare una forma completamente nuova, una democrazia radicale, ecologica e digitale per l’era dell’intelligenza artificiale. Questo significa lavorare su tre assi inseparabili che vanno tenuti insieme.
Il primo asse riguarda la proprietà. Occorre porre con forza il tema della proprietà pubblica, sociale e comune delle infrastrutture digitali, perché i dati non sono il nuovo petrolio dei privati, ma sono il prodotto del lavoro sociale collettivo di miliardi di persone, e servono piattaforme pubbliche, modelli di intelligenza artificiale open source e trasparenti addestrati sotto controllo democratico e data center intesi come beni comuni energetici. E questo passaggio epocale può farlo solo l’avanguardia degli informatici critici se alleata organicamente alla politica e ai movimenti.
Il secondo asse riguarda il potere. Bisogna rilanciare e aggiornare la separazione dei poteri di Montesquieu nell’era algoritmica, perché non basta più separare il legislativo dall’esecutivo e dal giudiziario, ma occorre separare il potere politico dal potere algoritmico. Serve un’autorità pubblica indipendente dotata di reali poteri di ispezione sull’intelligenza artificiale, composta anche da quegli informatici critici, e serve sancire in Costituzione diritti nuovi e inviolabili, come il diritto alla spiegabilità dell’algoritmo, il diritto alla disconnessione e il diritto alla proprietà collettiva dei propri dati.
Il terzo asse riguarda il soggetto. Bisogna smettere definitivamente di cercare il leader salvifico, il capo carismatico o il candidato premier perfetto, e iniziare pazientemente a organizzare il nuovo antagonista, costruendo alleanze materiali e stabili tra l’avanguardia tecnica che sa come funziona la macchina e il corpo sociale largo che ne subisce quotidianamente gli effetti. Significa costruire ovunque case del popolo digitali, centri di alfabetizzazione algoritmica e critica, sindacati dei lavoratori della conoscenza, della cura e delle piattaforme, reti mutualistiche e solidali che sottraggano concretamente consenso, tempo di vita e dati al dominio.
L’alternativa storica è chiara e senza vie di mezzo. O questa minoranza consapevole, con gli informatici come avanguardia tecnica e i lavoratori della cura come avanguardia sociale ed etica, riesce a diventare maggioranza politica e culturale costruendo nuove istituzioni all’altezza dell’era dell’intelligenza artificiale, o l’unica prospettiva che ci resta è davvero quella che si intravedeva tragicamente tra le due guerre mondiali, un nuovo assolutismo, questa volta con mezzi infinitamente più potenti, invisibili e totalizzanti, capaci di prevedere e prevenire ogni forma di ribellione prima ancora che nasca nella mente delle persone. La partita italiana sulla Costituzione, che si sta giocando in queste settimane, è il primo decisivo banco di prova di questo scontro di portata storica mondiale.
