INTELLIGENZA ARTIFICIALE, APPRENDIMENTO E MUTAZIONE SOCIALE
Cosa cambia con l’intelligenza artificiale generativa
Una legge semplice
L’apprendimento ha sempre avuto una sola funzione, dare alle persone gli strumenti per vivere dentro il proprio tempo. Quando il contesto socio-economico cambia, anche l’apprendimento deve cambiare. Se non lo fa, produce esclusione.
Per secoli questo meccanismo è stato invisibile, perché il contesto restava fermo.
Nella società agricola l’apprendimento era orale, familiare e locale. Il figlio imparava dal padre come trattare quella terra, in quella specifica contrada. Bastava. Era un sapere pratico, sufficiente a garantirgli un posto nella comunità. Accanto esisteva una conoscenza alta, separata, custodita dalla Chiesa e dalle classi dominanti. Due mondi che non si toccavano. Una condizione durata per millenni.
La prima vera frattura è stata l’industria. La conoscenza del contadino è diventata d’improvviso inutile, anzi di intralcio. La fabbrica chiedeva altro, saper leggere un’istruzione, fare un calcolo, rispettare un orario. Nasce la scuola di massa e con essa una nuova divisione tripartita. La formazione professionale per chi doveva andare in fabbrica, la formazione tecnica per la piccola borghesia che doveva far funzionare le macchine e gli uffici, la formazione umanistica e l’università per chi doveva dirigere. È in quel momento che per la prima volta il figlio inizia a insegnare al padre.
Finché le macchine, anche automatiche, hanno avuto bisogno dell’uomo per completare il lavoro, quel sistema ha retto. Poi i centri di ricerca hanno iniziato a saldare meccanica e software. Meno operai tradizionali e più operatori di sistemi. La scuola ha rincorso come ha potuto, inventandosi master e specializzazioni. Erano toppe messe su un vestito tagliato per un altro secolo.
Ora siamo dentro la terza frattura, quella che porta dalla società industriale alla società digitale e algoritmica, ed è la più radicale di tutte.
Cosa è cambiato davvero
Il salto non è quantitativo, è qualitativo.
Prima l’informazione era scarsa e bisognava possedere il libro giusto. Poi è diventata abbondante e bastava interrogare Internet, che restituiva decine di siti da consultare. Oggi è diventata dialogica e pertinente. Si fa una domanda in linguaggio naturale a una macchina e si riceve una risposta già sintetizzata, come se si parlasse con un esperto.
Da qui derivano tre conseguenze.
La prima è che non vale più possedere l’informazione. Vale saper interrogare la macchina e verificare. Il nuovo analfabeta non è chi non sa leggere, ma chi non sa fare una domanda ben posta e non capisce che la macchina può allucinare, confondere e inventare fonti.
La seconda è che stiamo delegando. Già oggi affidiamo alle macchine decisioni quotidiane. Il navigatore, l’algoritmo che valuta se concederci un mutuo, le telecamere con riconoscimento biometrico, fino ai droni che in alcuni conflitti selezionano autonomamente gli obiettivi. Se la scuola continua a valutare solo la capacità di memorizzare e ripetere, sta allenando i ragazzi a fare a gara con una macchina che memorizza meglio di loro. È una gara persa in partenza.
La terza è che il lavoro umano non è più esecuzione ma supervisione. Non serve più saper fare il calcolo a mano per ore, serve capire se il calcolo fatto dalla macchina ha senso, se è etico e se serve a qualcosa.
Il nodo dei docenti. Una questione pratica, non ideologica
Questo è il punto più delicato e più concreto.
Non si può pensare di affrontare questa transizione chiedendo a tutto il corpo docente lo stesso sforzo di aggiornamento. L’esperienza insegna altro. Quando in Italia la società telefonica passò dalle centrali elettromeccaniche a quelle elettroniche, una parte degli impiegati preferiva darsi malata pur di non andare ai corsi di aggiornamento. Non era pigrizia, era paura e incapacità di ricollocarsi mentalmente dentro una tecnologia che non capivano. È un meccanismo umano.
Lo stesso accade oggi a scuola. Chi è a due o tre anni dalla pensione difficilmente accetterà di rimettersi in gioco per studiare come funziona un modello linguistico o come si costruisce una didattica con l’intelligenza artificiale. Chiederglielo è velleitario e crea solo conflitto.
Serve una scelta pragmatica. Procedere con un piano serio di prepensionamento per chi è in uscita e reinvestire quelle risorse in due direzioni. Da un lato un aggiornamento vero, lungo e retribuito per la fascia intermedia di docenti che resterà in servizio ancora dieci o quindici anni. Dall’altro l’ingresso massiccio di giovani, formati non solo all’uso dello strumento ma ai suoi meccanismi di funzionamento, alla sua epistemologia e alla sua etica. Sono loro che dovranno insegnare non l’intelligenza artificiale come materia, ma attraverso l’intelligenza artificiale.
Le transizioni non sono mai nette. L’esempio della Sicilia
Un altro errore è pensare che una società passi di colpo da un sistema all’altro. Nelle transizioni, e per lungo tempo, i vecchi e i nuovi sistemi convivono sullo stesso territorio. Per decenni in Italia sono convissute officine artigiane e fabbriche automatizzate, zappa e trattore, lettera e fax.
Il grado di innovazione presente in un territorio determina la sua collocazione tra arretratezza e modernità. Questo è il punto che interroga direttamente la Sicilia. Se un territorio non riesce a incorporare il nuovo sistema, se non innova i suoi processi formativi e produttivi, diventa periferia del sistema emergente. E la periferia espelle.
La fuga dei giovani laureati siciliani non è un destino, è l’indicatore più preciso di una mancata innovazione. Se ne vanno perché il contesto locale è ancora tarato su modelli precedenti, che non hanno spazio per le loro competenze. Non li trattiene il folklore, li trattiene solo un ecosistema dove la loro conoscenza è coerente con il tempo in cui vivono.
Che fine fanno gli antichi mestieri
La memoria degli antichi mestieri non va buttata, ma va collocata al posto giusto. Non può più essere proposta come modello formativo per il presente e non può essere la risposta alla crisi del lavoro.
Deve essere conservata per quello che è, patrimonio culturale, archeologia agricola e industriale, costume e museo. Ha un valore enorme, ma diverso. È un valore turistico, identitario e storico. Serve per attirare visitatori d’estate, per dare senso alle feste patronali, per far capire da dove veniamo. Un tornio del Novecento in un museo di paese, una masseria didattica, una rievocazione della mietitura sono importanti, ma sono folklore nel senso più nobile del termine. Non sono il futuro.
Confondere i due piani e presentare il folklore come alternativa all’innovazione è il modo migliore per condannare un territorio all’arretratezza.
Dalla calcolatrice all’algoritmo, la scelta resta nostra
Chi ha qualche anno ricorda bene quando a scuola era vietata la calcolatrice elettronica, quella che poi regalavano con i fustini di detersivo. Si diceva che avrebbe rincoglionito i ragazzi e che non avrebbero più imparato a fare i conti. È successo il contrario. Liberati dal calcolo meccanico, hanno potuto affrontare problemi più complessi.
Oggi con l’intelligenza artificiale generativa siamo allo stesso bivio, ma su scala planetaria. Vietarla o pensare di tornare “ai bei tempi andati” non è solo inutile, è dannoso. Spinge gli studenti a usarla di nascosto per barare, invece di insegnargli a usarla alla luce del sole per pensare meglio.
La scuola non deve difendersi dall’intelligenza artificiale. Deve avere il coraggio di riscrivere i programmi per insegnare ai ragazzi a governarla. Altrimenti continuerà a preparare persone perfettamente formate per un mondo che non esiste più.
Ed è qui che la legge dell’evoluzione si fa scelta etica. L’evoluzione tecnologica in sé non si può fermare e non ha una direzione morale. Siamo noi a dargliela. Possiamo usarla per creare una scuola più stupida, che delega tutto e impoverisce il pensiero, o una scuola più intelligente, che usa la macchina per liberare tempo umano per ciò che la macchina non sa fare, il pensiero critico, la relazione, la responsabilità. La tecnologia corre da sola, la direzione la decidiamo noi. È questa la vera sfida dell’apprendimento oggi.
