Belpasso: il primo settore tra la Piana di Catania e l’Etna
Storia di un’agricoltura che invecchia
Contributo alla discussione per una riconversione moderna e giusta dell’agricoltura belpassese
Belpasso è uno dei pochi comuni in Italia che contiene, in circa 165 chilometri quadrati, due Sicilie diverse. Dal cratere centrale dell’Etna, a circa 3.300 metri di quota, fino al settore settentrionale dell’antistante Piana di Catania, a circa 20 metri. Così lo descrive la Protezione Civile regionale. Il suo territorio si sviluppa lungo il versante meridionale del vulcano e finisce dentro la più grande pianura irrigua dell’isola.
È un punto che va detto con chiarezza, perché spesso viene rimosso: una buona parte della Piana di Catania è territorio di Belpasso. Il Piano Paesaggistico regionale inserisce Belpasso nell’ambito 14, Area della pianura alluvionale catanese, un ambito di circa 54.000 ettari che comprende parte del territorio dei comuni di Belpasso, Catania, Mineo, Misterbianco, Palagonia, Paternò e Ramacca. Non è un confine amministrativo, è la base fondiaria del primo settore.
Tre fasce più un polo, per capire dove si produce e dove si trasforma.
La Piana di Catania in territorio di Belpasso: suoli alluvionali del Simeto e del Dittaino, alta fertilità, irrigazione consortile. È l’area di Valcorrente e delle contrade irrigue, servita da una rete che interessa quasi 16.000 ettari. Qui si produce frumento duro, foraggere, ortive e soprattutto agrumi. La collina pedemontana, tra i 250 e i 900 metri, è la parte più densamente urbanizzata, mosaico di oliveti, vigneti, ficodindieti e mandorleti. La montagna vulcanica, oltre i 900 metri, è boschi, castagneti, mele dell’Etna e pascoli estensivi, con vincolo del Parco dell’Etna e Rete Natura 2000. E poi c’è Piano Tavola. Piano Tavola non è campagna. È la zona industriale, l’Area di Sviluppo Industriale di Catania, nata negli anni Cinquanta e Sessanta sulla colata del 1669. Oggi è l’hub logistico e di trasformazione agroalimentare: è tra Valcorrente e Piano Tavola che l’arancia diventa conserva, che il prodotto agricolo diventa prodotto da export.
I numeri strutturali spiegano il resto. Nel 2010 Belpasso contava 1.580 aziende agricole e 6.493 ettari di SAU, ma 675 aziende avevano meno di un ettaro. Il 7° Censimento ISTAT del 2020 registra in Italia 1.133.023 aziende, meno 30,3% rispetto al 2010, con SAU media salita da 7,9 a 10,9 ettari. Chi resta si ingrandisce, chi è piccolo scompare.
Il tema vero non è un generico calo demografico. È l’invecchiamento. La popolazione agricola invecchia senza ricambio. In Sicilia solo il 6,6% dei capi azienda ha meno di 35 anni, solo il 16% è donna. Il valore aggiunto per unità di lavoro è 15.570 euro contro 17.991 della media nazionale, e per le piccole aziende crolla a 9.371 euro. Si lavora più di un operaio e si guadagna meno di un bracciante.
Nella Piana di Catania in territorio di Belpasso si produce l’Arancia Rossa di Sicilia IGP. Nel 2024 la IGP è al terzo posto nazionale per valore tra i prodotti IG ortofrutticoli secondo Ismea-Qualivita, con oltre 500 aziende e 40 milioni di valore di filiera. Eppure nel 2024 la siccità ha dimezzato la raccolta, 300 milioni di perdita in Sicilia. La rete irrigua perdeva il 60%. La condotta Lodigiani e la centrale di Dammuso, snodo di Valcorrente, sono state anche oggetto di sabotaggi. Ci sono voluti 25 chilometri di tubi nuovi per azzerare le perdite.
In collina, tra i 150 e i 750 metri, il Ficodindia dell’Etna DOP: 350-400 ettari specializzati nell’areale etneo su 2.400 totali siciliani. Olio Monte Etna DOP. Etna DOC: 1.449 ettari vitati nel 2025, 94.700 quintali raccolti dopo il crollo del 2023, imbottigliamento +13,6%. A Piano Tavola avviene la trasformazione. Il settore delle conserve agrumicole IGP, da 10,4 milioni nel 2023 a 16,7 nel 2025 con 65% export, e il settore dolciario industriale, 200 milioni di pezzi l’anno. Filiere che creano valore, ma quel
Le responsabi lità
C’è una responsabilità politica europea, a partire dalla deputazione europea eletta in Sicilia e nel Mezzogiorno. È la prima, perché è a Bruxelles e Strasburgo che si decide la Politica Agricola Comune. La PAC 2023-2027, votata a larga maggioranza da popolari, socialisti e liberali, ha confermato l’impianto storico: circa il 70% dei pagamenti diretti resta legato alla superficie, non al lavoro. Chi ha più ettari prende più soldi, chi ha più lavoro ne prende meno. La deputazione europea siciliana, con poche eccezioni, ha votato o non ha contrastato questo modello. Ha accettato il principio dei piani strategici nazionali che lasciano mano libera agli Stati nel definire gli eco-schemi, senza vincoli reali sull’età dei beneficiari. Ha avallato il regolamento che ha dichiarato l’agrivoltaico di tipo 2, l’unica innovazione che darebbe un reddito integrativo ai piccoli sotto i due ettari, incompatibile con i pagamenti diretti. E quando la Commissione ha proposto di condizionare i fondi al rispetto dei diritti dei lavoratori, il fronte del PPE ha annacquato la norma. Risultato: in Sicilia i fondi UE continuano ad arrivare a chi ha rendita, non a chi crea occupazione.
C’è una responsabilità politica nazionale, a partire dalla deputazione eletta in Sicilia. È quella che doveva correggere a Roma gli squilibri di Bruxelles e non lo ha fatto. Ha accettato un Piano Strategico Nazionale che premia la proprietà fondiaria e non il lavoro. Ha lasciato Agea, l’agenzia dei pagamenti, nel caos: per l’anomalia catastale X7 è stato bloccato il 60-80% delle domande bio in Sicilia nel 2023-24, con 44 milioni di indennità compensativa e 17 milioni di bio fermi per mesi. Ha lasciato che i contratti di filiera restassero carta, senza prezzo minimo garantito.
C’è una responsabilità politica regionale. Quella che dichiara lo stato di calamità per la siccità dopo aver lasciato marcire per 50 anni la rete idrica della Piana di Catania. Quella che non ha un piano di reimpianto dopo l’obbligo di estirpo per il virus Tristeza oltre il 30% di piante infette nell’areale Paternò-Belpasso. Quella che gestisce i PSR con bandi a pioggia e istruttorie di due anni.
C’è una responsabilità politica locale e burocratica, a vari livelli. Il Comune che ha la Sagra del Ficodindia ma non ha una banca della terra. Il GAL Etna che su 46.661 ettari di SAU conta 7 agriturismi in tutto, due sole fattorie didattiche accreditate a Belpasso su 220 ettari bio, bandi da 75.000 euro mentre intorno un milione di metri quadrati di centri commerciali drenano consumi. Una burocrazia comunale, regionale, nazionale ed europea che impiega due anni per liquidare un contributo e che confonde una particella catastale con un reato.
E c’è una responsabilità imprenditoriale. Non di tutti gli imprenditori, ma di quella fascia di imprenditori ammanigliati che ha trasformato i fondi, europei, nazionali e regionali, in fonte di reddito. Che prendono il contributo PAC per ettaro e non creano un’ora di lavoro in più. Che prendono il contributo per l’ammodernamento e non ammodernano, prendono il premio bio e continuano con il diserbante, usano le organizzazioni di produttori di comodo per intercettare contributi e poi conferiscono al prezzo più basso imposto dalla grande distribuzione. Sono i prenditori, non gli imprenditori. E sono stati nutriti dalla catena di responsabilità che parte da Bruxelles e arriva a Belpasso.
Chi può tenere in piedi la Piana
I giovani che restano. Non vogliono la zappa del nonno, vogliono agricoltura di precisione, irrigazione gestita da app, trasformazione diretta, vendita online. Ma non hanno terra, il 70% è in mano a over 60 che non affittano, non hanno credito e non hanno servizi. E gli immigrati, anche da altri comuni, che arrivano per le campagne di raccolta. A Belpasso non costituiscono da soli la spina dorsale stabile e residente della manodopera, esiste ancora una base di braccianti locali per quanto invecchiata, ma senza il loro apporto e senza quello dei lavoratori che si spostano ogni giorno da Paternò, Biancavilla, Adrano, la raccolta nella Piana di Catania in territorio di Belpasso si fermerebbe. Oggi sono trattati come braccia a giornata, non come futuri agricoltori.
L’unica esperienza che tiene insieme terra, lavoro e legalità è la cooperativa sociale Beppe Montana – Libera Terra: 90 ettari confiscati, agrumi bio. Nel 2022 sei ettari incendiati. Eroica e marginale.
Cosa fare
Cosa devono fare le istituzioni per una riconversione in chiave moderna del primo settore? A livello europeo, la deputazione siciliana deve chiedere una PAC diversa: pagamenti legati al lavoro e non solo alla superficie, condizionalità sociale vera, compatibilità tra agrivoltaico e pagamenti diretti, un capitolo specifico per le aree vulcaniche e per la Piana di Catania. A livello nazionale, un Piano Strategico che premi chi assume e chi fa bio sotto i 5 ettari.
A livello regionale e locale, le cose concrete.
Primo, terra. Censire tutti i terreni incolti da oltre due anni nella Piana di Catania in territorio di Belpasso e affittarli a 20 anni a giovani e a cooperative miste di giovani e immigrati stabilizzati, a canone simbolico. I beni confiscati devono diventare 900 ettari, non 90. Una banca della terra comunale e regionale obbligatoria.
Secondo, acqua. Ripubblicizzare i consorzi di bonifica, tariffa zero per i primi 5.000 metri cubi a chi è certificato bio e sotto i 5 ha, invasi collinari e riuso delle acque reflue depurate di Paternò-Belpasso.
Terzo, reddito. Salario minimo agricolo a 12 euro, alloggi dignitosi, reddito di base agricolo di 8.000 euro per chi resta sotto i 2 ha con pratiche agroecologiche, sportello unico comunale che anticipa i fondi PSR ed europei invece di bloccarli.
Quarto, pianificazione. Moratoria su villette e capannoni su suoli DOP e DOC tra 0 e 900 metri, vincolo agricolo decennale, e valorizzazione di Piano Tavola non come alternativa alla Piana, ma come suo polo di trasformazione legato ad essa.
Cosa devono fare gli imprenditori agricoli? Uscire dall’isolamento. Non organizzazioni di produttori di comodo, ma cooperative vere di trasformazione e vendita. Se il settore delle conserve fa 16 milioni, cento piccoli produttori insieme possono farne tre con un marchio collettivo (È quello che fa da decenni il Trentino con le mele Melinda: 4.000 piccoli soci, 300 milioni di fatturato, perché trasformano e vendono insieme). Contratto di filiera con prezzo minimo garantito legato al costo di produzione più 20%. Assunzioni regolari per gli immigrati, anche da altri comuni, con formazione e alloggio. Innovazione vera: vigna ad alberello e lieviti autoctoni per l’Etna DOC, Nocellara dell’Etna in oliveti promiscui, ficodindia non solo fresco ad agosto ma trasformato in mostarda, birra, cosmetica.
Senza la Piana di Catania, Belpasso non ha primo settore. E senza primo settore, non ha futuro.
