Chi semina vento raccoglie tempesta: l’Italia in piazza contro caro carburante e carovita
Analisi nazionale con focus su Sicilia e Catanese
A metà ottobre 2026 il Paese scende in piazza su due fronti. Al Sud autotrasportatori, agricoltori, pescatori e studenti protestano contro il caro gasolio e il carovita, con un’intensità particolare in Sicilia e nel Catanese. Al Nord, durante le giornate di Italia in Piazza, a farsi sentire è soprattutto la rabbia di una parte dei più giovani, e in alcuni casi è sfociata negli scontri.
Con la benzina oltre i 2,03 euro, il gasolio oltre i 2,25 e il fermo del Sud che durerà fino al 20-22 ottobre, il governo ha fissato due tavoli al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il 20 e il 27 ottobre. Intanto si porta dietro il peso di sette decreti sicurezza pensati per arginare il dissenso.
Il quadro nazionale dei prezzi
Secondo l’Osservatorio prezzi del Mimit, il 16 ottobre il prezzo medio self-service sulla rete stradale era di 2,034 euro al litro per la benzina e di 2,256 per il gasolio. In autostrada si arrivava a 2,048 e 2,278 euro.
Il 19 ottobre i valori sono scesi di poco: 2,0269 euro per la benzina e 2,2361 per il gasolio. Tra i due carburanti resta una differenza superiore ai 20 centesimi, e in Basilicata il gasolio ha toccato i 2,301 euro.
Il 28 settembre Eni aveva fissato un tetto di 2,19 euro al litro, poi alzato a 2,25 dopo l’aumento delle accise. Il rincaro del 6 ottobre lo ha reso di fatto inutile. Per chi fa autotrasporto, la spesa in più può superare gli 800 euro al mese.
Perché in Sicilia costa di più
Sull’isola al prezzo alla pompa si somma il caro nolo marittimo: per spostare mezzi e merci da e verso la penisola serve la nave, e il biglietto è salato. Già a settembre il gasolio aveva superato i 2,16 euro al litro; con l’aumento delle accise, a molte imprese è sparito anche l’ultimo margine di guadagno.
Le associazioni di categoria dicono che, così, lavorare spesso significa rimetterci. Parlano di mesi di tavoli senza risultati concreti e di fondi regionali troppo esigui rispetto al problema.
Catania e i due fermi
Il centro della protesta è Catania, dove si muovono due realtà distinte con lo stesso obiettivo.
Il Comitato Autotrasportatori Siciliani, coordinato dal catanese Salvatore Bella, ha proclamato il fermo dalle 00.01 del 16 ottobre alla mezzanotte del 20. Niente blocchi stradali: i mezzi restano nei piazzali e i semirimorchi non vengono ritirati dai porti, quindi le navi con ortofrutta e alimentari destinati alla Grande Distribuzione Organizzata restano senza essere scaricate. Se il Ministero non risponderà per iscritto, il comitato ha già messo in conto una proroga a oltranza fino al 27 ottobre.
La Sezione Trasporti di Confindustria Catania, guidata da Sonia Nicosia, ha deciso all’unanimità un fermo dal 16 al 22 ottobre, dopo un confronto con le istituzioni giudicato privo di risultati sufficienti. Contesta le promesse non mantenute sul programma Sea Modal Shift e sui crediti d’imposta, e avverte che senza risposte concrete la protesta andrà avanti.
La mattina del 16 ottobre la Sicilia si è svegliata senza Tir. I porti di Catania, Augusta e Palermo sono rimasti bloccati, con le merci ferme e gli approvvigionamenti sempre più difficili. Si è parlato del rischio di assalti ai supermercati e, tra Puglia e Basilicata, di distributori rimasti a secco. A Catania il presidio principale è nella zona logistica del porto, con l’Etna alle spalle.
Il fermo si allarga al Sud
La protesta non si ferma alla Sicilia: coinvolge anche Basilicata, Calabria, Puglia e Campania.
Fedralog Calabria ha proclamato 120 ore di stop dal 16 al 20 ottobre, con presidi ai caselli di Caianello, Nola e Caserta Sud e sulle statali 18 e 106. In Puglia, il 5 ottobre, circa 300 olivicoltori si sono ritrovati a Bitonto per denunciare il crollo del prezzo dell’olio. Il 9 ottobre, nel Metapontino, tra Policoro e Scanzano, agricoltori e pescatori hanno organizzato presidi e lasciato i mezzi fermi nei piazzali.
Ovunque si chiede la stessa cosa: sbloccare i 440 milioni promessi dal governo a maggio per i crediti d’imposta e per il programma Sea Modal Shift, e mai arrivati.
Gli studenti accanto ai lavoratori
A Trebisacce circa 300 studenti delle superiori hanno sfilato con cartelli contro il carovita, accanto a camionisti e agricoltori. A Corigliano-Rossano sono arrivati con un trattore al presidio agricolo di contrada Santa Lucia. A Cosenza agricoltori e USB hanno organizzato un presidio insieme.
Ad Andria il Comune ha aperto un tavolo permanente di crisi per agricoltura e trasporti: i presidi sono stati smobilitati, ma il dialogo resta aperto. Nel Catanese i primi studenti cominciano a farsi vedere ai piazzali del porto.
In queste piazze gli scontri non ci sono stati. Gli interessi, invece, coincidono: il gasolio che costa troppo all’autotrasportatore è lo stesso carovita che pesa sullo studente.
Scontri nelle città del Nord
Negli stessi giorni 13 città del Nord hanno ospitato le mobilitazioni del No Meloni Day, della Via Maestra della CGIL (con più di cento associazioni) e di Italia in Piazza, contro carovita, stipendi bassi e crisi abitativa.
A Milano più di 5.000 persone si sono radunate in Piazza Duomo. Più tardi circa 2.000 giovanissimi, molti con il volto coperto, hanno lanciato sanpietrini, bombe carta e molotov artigianali, riprendendo tutto con gli smartphone. I danni hanno colpito via Torino, il Duomo, corso Vittorio Emanuele e la Galleria; si parla di negozi saccheggiati e dell’assalto a un Carrefour. La polizia ha sparato 484 lacrimogeni, 72 persone sono state accompagnate in Questura e 17 arrestate. Domenica 18 ottobre la tensione è risalita: 200 fermati, più dell’80 per cento minorenni.
A Torino hanno manifestato circa 3.000 persone. I fermati sono 12, di cui 10 minorenni, e 36 agenti sono rimasti contusi. Segnalata anche un’irruzione nella libreria Feltrinelli di Porta Nuova.
A Bologna circa 3.000 manifestanti sono partiti da Piazza Minghetti, e circa 200 si sono staccati dal corteo in direzione della stazione. Negli scontri sono rimasti feriti 38 poliziotti e 6 carabinieri; la polizia ha usato idranti e lacrimogeni.
Il bilancio nazionale del 17 ottobre parla di un numero di agenti feriti compreso tra 104 e 141, di 50 minorenni fermati (30 a Milano, 12 a Torino e 4 a Bologna) e di danni stimati in 1,3 milioni di euro. Il fenomeno viene paragonato alle rivolte francesi, dove a Parigi si sono contati 1.200 arresti, e attribuito alla circolazione di appelli sui social, senza un’appartenenza politica precisa.
I sette decreti sicurezza
Il governo in carica dal 2022 ha varato sette decreti sicurezza, un numero mai visto prima. Il percorso parte dal disegno di legge 1660 del 2024, approvato alla Camera il 19 settembre 2024 con 162 sì e 91 no, e composto da 38 articoli.
L’11 aprile 2025 quel testo è diventato il decreto-legge 48, che introduceva 20 nuovi reati ed è stato convertito nella legge 80 del 9 giugno 2025. Tra le norme più discusse ci sono il reato di rivolta in carcere e nei CPR, che le opposizioni leggono come una criminalizzazione anche del dissenso passivo, il carcere per le donne incinte negli ICAM e le nuove fattispecie sulla canapa light.
Il 23 giugno 2025 la Cassazione, con una relazione di 129 pagine, ha sollevato dubbi su necessità e urgenza, eterogeneità delle disposizioni, legalità e proporzionalità.
Il decreto-legge 23 del 2026, di 33 articoli, è stato convertito nella legge 54 del 24 aprile 2026. La maggioranza lo difende come tutela dei cittadini e strumento contro la criminalità giovanile; per le opposizioni è un altro provvedimento inefficace, che lede i diritti costituzionali e un tentativo di governare il disagio con norme penali.
Le prossime date
Il 16 ottobre si è tenuto il No Meloni Day, con migliaia di studenti in piazza; il 17 è stata la volta della Via Maestra a Roma. Nuove giornate di sciopero generale unitario, che metteranno insieme studenti, lavoratori, docenti e portuali contro l’invio di armi e il caro gasolio, sono previste il 30 ottobre e il 20 novembre.
Per la Sicilia i passaggi decisivi sono due: il 20 ottobre, con il tavolo a Milano a cui parteciperà una delegazione siciliana, e il 27, con il tavolo nazionale. Senza garanzie scritte, il fermo catanese potrebbe diventare a oltranza.
Due piazze, un solo Paese
Il 17 ottobre nella stessa piazza si sono viste due Italie: da una parte famiglie con bambini e bandiere tricolori, dall’altra gruppi di giovanissimi incappucciati.
Al Sud, e nel Catanese soprattutto, studenti, lavoratori della terra e lavoratori della strada hanno scelto di stare insieme e di protestare senza violenza.
I sette decreti sicurezza e l’estensione della Commissione di garanzia alla logistica non hanno spento il malcontento, che anzi è diventato più articolato. Se la Sicilia si ferma, si ferma l’Italia. Dal porto di Catania, con l’Etna sullo sfondo, arriva un dato semplice: il carburante non è solo un problema tecnico. Riguarda la possibilità di lavorare e studiare in un’isola dove il trasporto si paga due volte.
Fonti: Mimit, Osservatorio prezzi 16-19 ottobre 2026; MIT; TrasportoEuropa; Confindustria Catania, Sezione Trasporti; Comitato Autotrasportatori Siciliani; Gecotruck; Meridionews; Grandangolo Regionale; Iacchite.blog; Vivere Cosenza; Confronto.eu; Camera dei Deputati, DL 23/2026 e Legge 54/2026.
