Belpasso (CT). La questione operaia.
Un paese che produce ricchezza, ma ha imparato a nascondere chi la fa.
A Belpasso dicono una cosa, sempre la stessa, anche quelli in buona fede: Belpasso è Etnapolis. Il centro commerciale. Il posto dove si va a passare la domenica.
Non è vero. O meglio, è vero a metà, che è il modo peggiore per dire una bugia.
Perché Belpasso, con i suoi 28 mila abitanti, non è un posto che consuma e basta. È un posto che produce. Solo che il suo lavoro è stato cambiato d’abito, gli hanno levato la tuta blu, gli hanno messo una polo con un logo e gli hanno detto: non siete più operai, siete collaboratori. Che è una parola gentile per dire che devono arrangiarsi da soli.
1. Dov’è rimasta la produzione
La produzione sta nelle industrie dell’area industriale di Piano Tavola e nei tanti laboratori artigianali sparsi sul territorio e nelle campagne, non nel rendering del centro commerciale.
Basta andarci alle sei del mattino, quando si alza la saracinesca. C’è ancora freddo.
C’è la fabbrica di dolci, quella storica. Quella che ha preso le mani delle madri, l’odore dei biscotti della domenica, e l’ha messo in catena di produzione. Dentro impastano, sfornano. È una fabbrica, punto.
A due capannoni di distanza c’è l’altra, quella dei robot. Bracci meccanici che fanno i conci di cemento per le gallerie del treno. Alta velocità, dicono. Avanguardia.
Il paradosso è tutto lì: il robot ha un contratto a tempo indeterminato. L’operaio che lo controlla, no. La macchina resta, la persona è usa e getta.
E poi c’è quello che nessuno racconta mai. Il laboratorio artigianale.
Quello del fabbro che salda con la maschera abbassata ad agosto a quaranta gradi, quello dei serramenti, quello che lavora la pietra lavica, l’elettricista che gira con il furgone scassato e il figlio dentro che impara il mestiere. Sono tre, quattro persone al massimo. Capannoni piccoli, a volte con l’insegna storta.
Lì il padrone lavora accanto agli operai. Dice “siamo una famiglia”. Poi però arriva la fattura da 12 mila euro che il cantiere grande non paga da quattro mesi. E i contributi vanno pagati lo stesso, la benzina lo stesso. È il lavoro che tiene in piedi mezza Sicilia, ma vive sempre con l’acqua alla gola. Se chiude uno di questi laboratori, non lo scrive nessuno. Lo sanno solo le mogli e i figli.
E poi c’è l’altro lavoro che non si vede, quello che sta prima di tutto, alle quattro del mattino.
Quelli che partono da Belpasso e vanno giù, verso la Piana, sono i braccianti. Italiani e stranieri, spesso con lo stesso contratto inesistente.
È la vendemmia sull’Etna, sono le arance, i fichidindia. È l’agricoltura che fa dire “eccellenza del territorio” sui depliant. Solo che quell’eccellenza si raccoglie a schiena piegata, a 35 euro per dieci ore, se va bene. Senza acqua nei campi, senza contratto, con il caporale che segna i nomi su un quaderno.
Anche lì hanno cambiato nome: non sono più braccianti, sono “operai agricoli stagionali”. Che è un altro modo elegante per dire che a novembre non esistono più.
È la base di tutto. Senza quelle mani non c’è la fabbrica di dolci, non c’è la tavola. Ma alle sei del mattino, quando a Piano Tavola si alza la saracinesca, loro sono già da due ore sotto il sole o sotto la pioggia.
2. Etnapolis non è solo Etnapolis
Etnapolis non è un centro commerciale, è una fabbrica che invece di biscotti produce solitudine. E il problema è che non è la sola.
Lo stesso identico copione si trova in tutti gli altri supermercati, nei discount nati come funghi. Cambia l’insegna, la musica in filodiffusione è diversa, ma la busta paga è uguale.
Dentro ci sono centinaia di ragazze e ragazzi, vent’anni, venticinque, quaranta. Con le divise uguali, i sorrisi obbligatori, i badge con scritto “collaboratori”. Lavorano con orari spezzati. Spezzati vuol dire che la giornata viene spezzata davvero: lavorano dalle dieci all’una e poi dalle cinque alle dieci di sera. In mezzo non sono né a lavoro né a casa. Sono sospesi. Contratti di venti ore che ne diventano quaranta, 700 euro, 800 euro, comprese le domeniche e i festivi. Se si ammalano, non vengono richiamati.
In fabbrica una volta erano in cinquanta davanti allo stesso padrone, si guardavano. Qui sono soli davanti ai clienti che urlano e ai caporeparto che scrivono su WhatsApp a mezzanotte: domani entrate prima.
Non è un caso che li vogliano soli. Una persona sola è più facile da ricattare.
E poi c’è Etnaland. La grande promessa: turismo, lavoro. Stagione 2026, chiuso. Sequestro, indagini. I cancelli con la catena. Sulle carte non entriamo, la magistratura farà il suo lavoro. Ma quando il parco chiude, chi resta a terra non è il parco. Restano a terra i ragazzi che aspettavano giugno per pagarsi l’affitto, le donne delle pulizie, i bagnini. Centinaia. Quelli non hanno avvocati.
3. Perché serve il sindacato
Quando li vogliono soli, precari e zitti, resta una parola di cui hanno provato a far vergognare: sindacato.
Sembra roba vecchia, da sezioni con le sedie di plastica. Ma a Belpasso senza, non si è niente.
La Filcams quando entra dentro Etnapolis, o dentro un supermercato qualsiasi, o dentro quel laboratorio di Piano Tavola dove sono in tre, fa una cosa banale. Prende il “mi è capitato a me” e lo fa diventare “sta capitando a tutti”.
Se cambiano il turno con un messaggio a una persona sola, è un suo problema. Se lo cambiano a venti persone con lo stesso messaggio, è una vertenza. È l’unica differenza tra sopportare e contare qualcosa.
4. Le valigie
E poi c’è l’ultima cosa, quella che non fa rumore.
I laureati che se ne vanno. L’Istat dice 25-34 anni, in fuga dal Sud. Anche da qui.
Non se ne vanno perché non vogliono bene a Belpasso. Questa è una sciocchezza che raccontano quelli che sono rimasti al caldo. Se ne vanno perché qui offrono loro un contratto a chiamata per fare i cassieri. È il sistema che li butta fuori.
5.Che fare?
E i soldi? Chi guadagna cosa? Quanti sono quelli che lavorano e restano poveri?
Non si sa. I dati veri sui redditi, sui contratti, sono opachi, nascosti. Forse è meglio così, per qualcuno. Se non conti la miseria, non la devi spiegare.
Allora che si fa? Quattro cose, senza tanti giri di parole.
Trasparenza, con i dati sul tavolo; il sindacato dentro ogni posto dove oggi c’è una persona sola con un turno spezzato; autobus che girano la sera; e basta dare soldi pubblici a chi crea lavoro di merda: vuole gli incentivi? Assuma stabile, paghi decente. Altrimenti niente.
La questione operaia a Belpasso non è morta. Si è solo cambiata d’abito. Si è messa la polo di Etnapolis, la divisa del supermercato, la cuffietta della fabbrica di dolci, il caschetto di quella dei robot, la tuta piena di polvere di pietra lavica del laboratorio.
Sta lì, alle sei del mattino a Piano Tavola, nei laboratori artigianali, dietro una cassa, con una valigia mezza aperta.
Aspetta solo che qualcuno abbia ancora il coraggio di chiamarla con il suo nome: lavoro.
